(per chi si fosse perso la prima parte: https://lagiornatatipo.it/mozambasket-piccolo-racconto-grande-avventura-sportiva/)

 

6. Tre piccoli frammenti

Dopo qualche settimana dal mio ingresso in squadra, prima dell’inizio del campionato, ci apprestiamo ad affrontare la nazionale mozambicana in amichevole, rinforzata anche dalla presenza di Bruno Dias e Silvio “Nelinho” Netela, i nostri migliori giocatori. Negli spogliatoi, l’allenatore usa una metafora per esortarci a dare il massimo e cercare di ottenere la vittoria nonostante la netta supremazia dell’avversario: “Sapete qual è l’unico animale che uccide il grande elefante?” D’istinto vorrei rispondere il famoso topolino delle fiabe di La Fontaine, ma opto per un saggio silenzio. Coach “Pitcho”, constatando con soddisfazione che nessuno conosce la risposta al suo quesito, ci illumina: “La formica”. La mia sorpresa supera di gran lunga quella dei miei compagni, ma del resto sono un novellino di questo continente e dopo aver chiesto delucidazioni scopro che il piccolo insetto penetra attraverso le orecchie e la proboscide del pachiderma e, una volta raggiuntone il cervello, lo fa letteralmente impazzire fino alla morte.

Uno degli aspetti che più mi ha colpito degli africani è la percezione del tempo, talmente diversa dalla nostra da risultare davvero incomprensibile. Se un fatto accade lunedì, state certi che martedì sarà già un ricordo lontano e il mercoledì con tutta probabilità addirittura dimenticato. Una sera mi incammino verso il campo di allenamento schivando tombini scoperchiati e nuvole di polvere sollevate dal vento. Sono stanco e nervoso. Capita. Entro in campo e dopo alcuni minuti di partitella Samora, l’altro playmaker, fatica a tenermi in difesa e inizia a picchiare un po’ troppo. Capita. Il mio nervosismo mi porta a dirgli qualche “parolina” nell’orecchio, lui s’infuria e nell’azione successiva mi sgambetta mentre sono lanciato in contropiede. Mi alzo di scatto, gli scaglio contro il pallone e mi dirigo furente verso di lui. Veniamo alle mani ma per fortuna i compagni ci dividono. Con i nervi a fior di pelle mi siedo in panchina a sbollire. Capita. Quello che però non mi era mai capitato è di ripresentarmi all’allenamento il giorno seguente e non trovare il minimo rancore negli occhi di Samora. Spesso anche da noi si dice che una volta fuori dal campo i litigi si dimenticano immediatamente, ma quante volte capita davvero? Difficile, siamo sinceri. Ecco perchè mi trovo completamente spiazzato dal comportamento di Samora e degli altri compagni, che paiono davvero non aver mai vissuto il brutto episodio del giorno prima. Ci si saluta normalmente, non per riappacificarsi, ma proprio perchè, ripeto, è passato un giorno e il ricordo è già sbiadito.

È in un ventoso e caldo pomeriggio che va in scena la prima di campionato. La Federazione Mozambicana ha mandato ad arbitrare il fischietto più quotato del paese. Alto non più di un metro e mezzo, da cui deriva il soprannome “O Baixinho”, è uno di quegli arbitri a cui piace motivare le proprie fischiate. Non solo: adora essere plateale, probabilmente influenzato dalla tv nazionale mozambicana che trasmette in chiaro due partite NBA alla settimana e che gli mostra i suoi colleghi d’oltreoceano tenere 20.000 persone con il fiato sospeso per qualche secondo prima di fischiare uno sfondamento. Un noto settimanale sportivo gli ha persino dedicato una pagina in cui egli dichiara di voler arbitrare alle prossime Olimpiadi! Ebbene quest’uomo, una mezza celebrità (mezza nel vero senso della parola), mi si avvicina con aria losca mentre un compagno si appresta a tirare due liberi decisivi per le sorti del match e bisbigliando mi chiede se, data la sua statura minuta, al mio prossimo viaggio in Italia posso chiuderlo in una valigia e portarlo con me!

 

 

7. La vittoria più bella

Signore e signori, va in scena il derby cittadino: Ferroviario vs Desportivo. Certo, siamo lontani anni luce dalle coreografie preparate nella stracittadina all’ombra delle Due Torri, ma i nostri tifosi si difendono egregiamente, sfoggiando le divise bianconere del Desportivo, i cappellacci da giullari e le trombe ad aria compressa. Quasi tutti stringono tra le mani l’immancabile boccale di birra, la benzina che permette loro di cantare, ma soprattutto ballare, durante tutta la partita. Il Brasile è culturalmente vicino, e si sente. Il campo scoperto delle “locomotivas”, nomignolo affibbiato ai giocatori del Ferroviario, è coloratissimo, il fondo in cemento è tutto giallo e verde. Un forte vento caldo scompiglia le splendide acconciature delle ragazze corse ad assistere, il buio è sceso e i riflettori creano l’atmosfera di un torneo estivo.

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Callie, un gentilissimo amico sudafricano di origine boera, discendente dei primi coloni olandesi che negli anni hanno creato il sistema dell’haparteid, ha raccolto il mio invito e prende posto poco distante dai nostri scatenati ultras, nonostante il noto e viscerale distacco verso le persone di colore. Si parte. Dobbiamo vincere di almeno 9 punti per ribaltare la sconfitta interna e portarci al comando del Campionato della Città di Maputo, la cui classifica finale decreterà la griglia playoff. Dopo un inizio tentennante ci svegliamo: Siade e Bruno colpiscono dalla distanza nonostante il vento, Sergio e Jordão dominano sotto le plance, Nelinho carica di falli gli avversari. Sembriamo un orologio, tutto pare funzionare a meraviglia e nel secondo quarto conduciamo la gara fino all’intervallo: +17! I tifosi mi chiamano a gran voce “white”, ma anche “Steve Nash” e “Nowitzki”, i compagni mi sfottono, replico facendogli notare quali buoni intenditori siano i nostri alticci supporters! Divertito dall’atmosfera, il mio amico Callie scatta fotografie, ma quando si entra nel vivo del match, con la coda nell’occhio mi accorgo che anche la sua postura molto “british” inizia a cedere davanti all’entusiasmo contagioso della curva. Nel terzo quarto i nostri avversari riguadagnano terreno portandosi a -5 grazie ad una zona mista con marcatura a uomo sul sottoscritto. Cerco di spiegare ai compagni che effettuare almeno un giro di palla prima di tirare sarebbe salutare, ma pare proprio che il messaggio non venga recepito. A questo punto il coach ha una buona intuizione: mi fa riposare. In un amen il quintetto recupera tre palloni e chiude altrettanti contropiedi. Torniamo a +11. Si gioca punto a punto. Samora perde un paio di palloni e io rientro con un po’ più di benzina in corpo. Nei minuti finali forzo in penetrazione e per fortuna riesco a subire qualche fallo. La mano trema, il vento soffia forte, così insacco un misero 2 su 6 che per fortuna basta a tenere a distanza gli avversari, i quali non riescono più a trovare la via del canestro. Il sigillo finale lo mette il capitano, Siade, con un “buono più fallo” in contropiede.

È il delirio.

Il coach salta come una gazzella impazzita, sugli spalti le ragazze ballano scatenate, gli ultras più invasati invadono il campo e corrono ad abbracciarci. Vengo trasportato da quella mandria di ubriachi impazziti fuori dal campo, ho appena il tempo di buttare un occhio in tribuna alla ricerca del mio amico sudafricano. Un sorriso mi esplode sul viso perchè la forza del basket, in una sola partita, ha cancellato decenni di dottrina razzista: Callie, sudato e tutto rosso in volto, balla con i nostri tifosi e batte 5 a destra e sinistra!

 

 

8. Festa

Qualche giorno prima del mio rientro in Italia in occasione delle feste natalizie, vengo invitato ad una festa organizzata da Pita, il pivot di riserva della squadra, che oltre ad essere una bandiera del Desportivo, e in passato della nazionale mozambicana, è professore d’informatica all’Università Tecnica. Mi sento onorato e anche un pochino emozionato, non è facile ricevere un invito del genere, un po’ per i trascorsi conflittuali e le barriere culturali tra neri e bianchi, un po’ per quell’assurdo senso di inadeguatezza e di vergogna che i mozambicani provano nel mostrare le proprie dimore agli stranieri. Tutta la squadra è invitata, così mi accordo con Nelinho per andare assieme costringendolo ad arrivare puntualissimo all’ora indicata per evitare figuracce. Ovviamente siamo di gran lunga i primi a presentarsi a casa di Pita, ma poco importa. Mi presento alla moglie del nostro anfitrione, Sonia, una mulatta rotonda dal sorriso abbagliante che ha preparato manicaretti squisiti a base di “frango” (pollo). Dopo avermi mostrato l’appartamento e offerto da bere, Pita mi porge il suo album di foto. Non credo ai miei occhi, ha partecipato a quattro Campionati Africani: aeroporti, alberghi, palazzetti di mezza Africa, dal Marocco al Sudafrica, dall’Angola all’Egitto. Già sogno le trasferte di coppa a bordo di scalcinati aerei bielica con atterraggi d’emergenza nel mezzo della savana! Lentamente anche gli altri ospiti iniziano ad arrivare e ben presto mi accorgo di essere una sorta di attrazione, specialmente tra le giocatrici della squadra femminile! Naturalmente si parla di basket, ricordando aneddoti ed episodi divertenti, come la guardia tiratrice dell’Accademica che, esausta dei miei “body-check”, mi piantò un gomito in bocca che mi fece tremare finchè non constatai allo specchio di non aver perso nemmeno un dente, o quando il play della Costa do Sol mi bisbigliò nell’orecchio durante tutta la partita che era meglio che tornassi nella mia terra perché la mafia mozambicana era molto peggio di quella italiana!

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Dopo un’oretta di chiacchiere, purtroppo giunge il momento di aprire le danze e tutti si aspettano grandi cose dal sottoscritto. Da questo punto di vista il Mozambico è un paese molto “caraibico”, i balli di coppia vanno per la maggiore, e con quali movenze poi! Il problema è che non ci sono alternative, tutti si lanciano, nessuno rimane in disparte, che so, a bersi una birra e fare due chiacchiere. Se non balli vieni guardato con sospetto, sei strano e socialmente morto. Cerco una via di fuga, c’è una finestra aperta ma purtroppo siamo al secondo piano! Così, mio malgrado, vengo trascinato al centro della sala e tutti cominciano ad applaudire, le ragazze della squadra femminile sghignazzano, un vero martirio! Alcune di loro, mosse da un sentimento di umana pietà, tentano di risollevarmi l’autostima sostenendo che non conosco i balli mozambicani e che sicuramente nei balli italiani mi sò difendere egregiamente. Annuisco con un sorriso di circostanza, guadagno l’agognato divano della sala di Pita e tento candidamente di annegare nell’alcool la figuraccia appena rimediata.

 

 

9. Un arrivo rocambolesco

Non rientravo in Italia da quasi un anno e le due settimane passate in patria mi hanno ricatapultato bruscamente nella realtà in cui sono cresciuto e dalla quale ho deciso in qualche modo di fuggire, almeno per un po’. Le feste natalizie passate con la famiglia e gli amici più cari mi hanno restituito un bilancio bellissimo della mia vita e dopo la voglia di fuga, inizio a maturare lentamente il desiderio di rientrare alla base. Non prima però di disputare le finali nazionali del campionato mozambicano: quindi saluto tutti e riparto alla volta di Maputo! Non esistono voli diretti che collegano l’Italia e il Mozambico, l’unica compagnia aerea europea che vola su Maputo e la portoghese TAP, con prezzi proibitivi, specie sotto le feste. Così decido di puntare su Johannesburg, in Sudafrica, per poi raggiungere la capitale mozambicana via terra grazie all’appoggio logistico del mio coach. Così, dopo essere sbarcato nella metropoli sudafricana, entro in contatto telefonico con l’allenatore, che mi conferma il piano di viaggio: due persone mi stanno aspettando a Nelspruit (ultima città del Sudafrica prima della frontiera mozambicana, a circa 200 km ad ovest di Maputo) per trasportarmi velocemente al Pavilhão do Maxaquene, il palasport principale di Maputo, dove si stanno disputando i primi incontri delle finali.

La povertà dell’economia mozambicana si riflette anche nello sport, così per decretare la squadra campione viene organizzato un concentramento di una settimana, con le squadre della capitale che affrontano le squadre del resto del paese, che viaggiano alla volta di Maputo offrendo spesso ai propri atleti un’occasione unica nella vita, ovvero visitare la capitale del proprio paese. Dopo aver noleggiato un’automobile, il sottoscritto, la mia compagna Cecilia e un’amica romana incontrata in aeroporto, ci dirigiamo rapidamente fino alla cittadina di frontiera, dove incontriamo i due autisti: il senhor Ferriera e la moglie, due mozambicani “bianchi” reduci da un weekend di shopping in Sudafrica. Riconsegnata l’auto noleggiata, saliamo a bordo della Jeep dei coniugi Ferreira e via, sfrecciamo verso Maputo a tutta velocità. Mi sento come una gravida a cui si sono appena rotte le acque! Il senhor Ferreira guida come un invasato, superando a destra, insultando i camionisti e violentando il clacson, mentre alla frontiera è la moglie a salire in cattedra. Spintonando decine di malcapitati infatti, riesce a sbrigare la pratica fronterizia in 20 minuti, polverizzando ogni record dato che di solito passano ore prima di ottenere il visto. Rimontiamo in macchina di corsa, la missione del senhor Ferreira di consegnarmi in tempo alla squadra non può fallire, così dopo pochi chilometri succede qualcosa di molto triste, nonché abbastanza frequente in Africa: investiamo due caprette che uno sventurato pastore stava facendo attraversare dietro a una curva. Credete che il senhor Ferreira si sia fermato per scusarsi o per risarcire il danno? Nemmeno per sogno! Con gli occhi iniettati di sangue, lo vedo pigiare ancora di più sull’acceleratore fino all’agognato arrivo a Maputo, dove una seconda persona, l’autista del pulmino della squadra, ci aspettava nei pressi di un benzinaio alle porte della città per trasportarmi al palazzetto. Salutiamo con sentimenti contrastanti i coniugi Ferreira e saliamo a bordo dello sferragliante pulmino, che in pochi minuti raggiunge la meta. Ad aspettarmi fuori c’è un dirigente del Desportivo con la mia maglia numero 13, me la allunga dal finestrino e la indosso velocemente ancora a bordo del mezzo. Mentre mi cambio, mi informa che la squadra sta vincendo ma di soli 9 punti contro una squadra decisamente inferiore, che per di più sta rimontando: pare ci sia bisogno di me! Scendo dal pulmino, saluto le mie compagne di viaggio che sfiancate optano per il letto ed entro nel palazzetto, ancora stordito dal viaggio. Mi guardo intorno, metto a fuoco il contesto e le gambe iniziano a trem-are: a parte il mio fugace esordio in Serie A davanti alle 3.000 persone del palazzetto di Reggio Emilia, non ho mai giocato davanti a più di 500 persone, mentre qui ce ne saranno state almeno 4.000! Come in “trance”, saluto i miei compagni seduti panchina, tutti mi abbracciano e mi chiedono delle vacanze. Abbraccio anche il coach che mi manda a scaldare e poco dopo chiede un cambio: è il mio momento!

Prima di entrare mi sorride e mi invita a prendere confidenza con l’evento. In effetti è facile rimanere a bocca aperta, e non solo per rifiatare. Man mano che metto a fuoco scorgo telecamere, fotografi, autorità, cheerleaders e mascotte. Al momento del mio ingresso nel palazzetto non avevo notato la presenza dei nostri ultras, sono molti più del solito, accompagnati da una cinquantina di ballerini e percussionisti instancabili. Essere l’unico straniero, per giunta “bianco”, dell’intero campionato calamita la curiosità degli spettatori e i riflettori esaltano impietosi il mio pallore. Fortunatamente, come per magia, la squadra inizia a girare, dopo pochi minuti il coach mi richiama in panchina, non ho fatto assolutamente nulla ma tutti mi assicurano che il mio arrivo è bastato per galvanizzare l’ambiente. Alzo gli occhi verso il tabellone: +26… Sotto a chi tocca!

Mentre un brivido scende lungo la schiena, saluto il pubblico che mi ha appena regalato un momento che porterò con me per tutta la vita.

 

 

10. Standing ovation

Dopo aver eliminato la modesta Costa do Sol, nei quarti di finale incontriamo il Ferroviario di Beira, l’unica società delle province ad aver vinto il campionato, che nel primo incontro ha battuto la temibile Accademica. Beira è la seconda città del paese, situata oltre 1.000 km più a nord di Maputo, nella provincia di Sofala. Durante la guerra civile che ha sconvolto il paese per oltre vent’anni, Beira è rimasta sotto il controllo dalla Renamo, la fazione armata appoggiata dal regime sudafricano bianco (e dal blocco occidentale), contrapposta alla Frelimo, il partito comunista legato all’ex-Unione Sovietica che ha sempre mantenuto il controllo della capitale. La rivalità sportiva tra le due città è dunque più che giustificata. Le squadre delle province si riconoscono subito. I giocatori sono molto più scuri, il loro sguardo è fiero, quando entrano in campo davanti a migliaia di persone sembrano guerrieri gettati nella mischia senza preavviso, spaesati ma compatti. Indossano scarpe vecchie e malridotte, non hanno il sopramaglia, i polsini, gli scaldamuscoli, eppure non mostrano il minimo timore reverenziale. Tra me e me penso che sarebbe ancora più emozionante far parte di una squadra così.

Se ci fosse una formula matematica che spiegasse perché ci sono giorni, e partite, in cui tutto riesce con facilità, si potrebbe provare a capire cosa è accaduto nel giorno della mia piccola consacrazione. Quello che ricordo è che come per magia indovino una serie di passaggi spettacolari: dietro la schiena, dietro la testa, sopra la spalla. Il pubblico apprezza tantissimo, è evidente come non siano abituati a vedere certe giocate. Come per magia, segno anche da tre punti subendo fallo, guadagno diversi sfondamenti sfruttando buone letture difensive, lancio i contropiedi con passaggi a tutto campo calibrati al millimetro. Nonostante la bolgia, sento gli applausi e le grida lontani, sono concentratissimo. Come per magia gioco molto meglio delle mie possibilità, con una scioltezza che da tempo avevo dimenticato. Quando a quattro minuti dal termine conduciamo agilmente la partita, sento chiamare il mio nome. Il coach ha chiesto il mio cambio, Samora è già sulla sedia. Il quintetto in campo mi si stringe intorno sorridendo, mi abbracciano e mi danno pacche sulla spalla. Corro verso la panchina esausto, il coach mi abbraccia, sorride soddisfatto e prima che io mi sieda, indicando con la mano, mi fa notare una cosa:

l’intero palazzetto è in piedi ad applaudirmi.

 

11. Fine dei giochi

In semifinale, davanti a 5.000 persone e in diretta tv, perdiamo di misura contro i “padroni di casa” del Maxaquene, campioni in carica. Paralizzati dall’emozione, sbagliamo un po’ tutti, anche perchè ormai le altre squadre conoscono il nostro gioco e le difese si adeguano, senza contare che arrivati a questo punto si picchia forte e la paura di infortunarsi, soprattutto da parte mia, è codarda e saggia al tempo stesso. In tutto il paese, che conta oltre 18 milioni di abitanti, sono presenti solo 19 medici ortopedici e la mia unica visita all’Ospedale Centrale di Maputo durante un presunto attacco malarico mi ha fatto alzare notevolmente l’asticella della prudenza. Inoltre, giocare ogni giorno per una settimana con oltre 40° è davvero massacrante, in particolare per un reduce dalle vacanze in Italia che ha sostituito flessioni e addominali con tortelli e bolliti.

A fine partita salutiamo il pubblico, il giro di campo finale tra gli applausi ci conferma l’apprezzamento degli spettatori, che ci riconoscono di aver dato tutto e aver lottato fino alla fine. Mentre i nostri supporters scandiscono il mio nome, gli avversari mi fischiano e mi mandano a quel paese, o meglio al mio paese, e non posso non pensare a chi viene discriminato in Italia dentro i campi da gioco. Mentre guadagno gli spogliatoi, un giornalista di Radio Moçambique corre verso di me porgendomi alcune domande che verranno trasmesse in tutto il paese: riconosco i meriti dell’avversario e ringrazio ancora una volta tutto il pubblico accorso perché, come ho già detto, mi ha regalato sensazioni indimenticabili.

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È sotto la doccia che sopraggiunge quel senso di vuoto tipico di ogni fine campionato. Osservo i miei compagni: per un anno le nostre vite, tanto diverse tra loro, hanno corso parallele, e presto si riallontaneranno inevitabilmente senza che nessuno possa farci nulla. Chissà se riuscirò mai a rigiocare in un campionato africano? Mi piacerebbe molto, ma forse vorrei restasse un’esperienza unica, fortissima.

A pochi giorni dal mio rientro in Italia, stavolta definitivo, i sentimenti si accavallano mentre passeggio controvento tra sciami di bambini sorridenti. Penso a quanto ero solo e spaventato al mio arrivo a Maputo e a quanto il basket mi abbia aiutato. Dopo le finali nazionali, a quasi un anno di distanza da quei difficili momenti, mi capita spesso di essere fermato per strada, i ragazzini mi salutano e i vicini di casa mi interrogano sul mio futuro cestistico. Ripenso anche al giorno prima, quando nel negozio di abbigliamento sportivo di Bruno, dove passo spesso a fine giornata per fare due chiacchere, mi ha raggiunto Nelinho. Il suo gesto mi lascia a bocca aperta: da uno zaino ha sfilato una maglia della nazionale mozambicana per regalarmela. È la sua maglia, quella che ha indossato e che dovrebbe tornare a indossare, non ne ha altre. La federazione lo multerà per averla persa, non solo, per averne un’altra con tutta probabilità se la dovrà ripagare. La conservo tuttora e forse è il regalo più bello che abbia mai ricevuto.

 

Davide Giudici

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