articolo di Marco A. Munno
immagine in copertina di Mattia Iurlano

 

 

Diciamo la verità: sin dalla nascita nel 1995, i Toronto Raptors sono sempre stati una franchigia che non ha mai dovuto la buona riconoscibilità del proprio marchio ai successi scarsamente ottenuti in campo.

Con la prima scelta assoluta della storia della squadra, susseguente all’expansion draft con cui il roster fu costruito, dal gm Isiah Thomas venne selezionato Damon Stoudamire, che, accolto dai fischi dei fan (che ad esempio avrebbero preferito Ed O’Bannon, reduce dal titolo di MVP delle Final Four NCAA), si dimostrò un ottimo giocatore, ma non un All Star come un Michael Finley scelto dopo di lui; l’inserimento iniziale di due europei, rarità dell’epoca destinata solo a pochi eletti, comprensiva a Toronto del tricolore Vincenzo Esposito, rese soddisfatte le comunità locali come Little Italy ma non fruttò vittorie.

Il volto probabilmente più iconico della franchigia, ovvero quello di Vince Carter, arrivato in una trade imbastita durante la Draft Night del 1998, ha contribuito a registrare record di pubblico per l’intera Lega e la prima qualificazione ai playoffs per i canadesi, traguardo raggiunto per tre anni consecutivi dal 2000 al 2002. Tuttavia l’errore decisivo all’ultimo tiro in gara 7 nella serie di semifinale di Conference del 2001 contro i 76ers (con faticoso viaggio andata e ritorno sino alla North Carolina per la propria cerimonia di laurea la mattina della stessa gara 7, sicuramente evitabile) e i successivi screzi che portarono alla sua cessione non hanno concretizzato per il team i risultati che lasciavano presagire i suoi incredibili voli sopra al ferro, con la ciliegina sulla torta dell’impareggiabile prestazione nella Slam Dunk Championship del 2000.

Mentre l’unico primato raggiunto dalla squadra era diventato, nel 2001, quello di unica squadra canadese nella Lega, visto il trasferimento dei Grizzlies da Vancouver a Memphis, neanche il ciclo successivo, quello fondato intorno alla coppia di prime scelte Chris Bosh (quarta assoluta nel 2003) e Andrea Bargnani (prima assoluta nel 2006) fece raggiungere particolari vette di successo.

Dopo esser passati per stagioni da sole 24 o 27 vittorie e brutti errori di gestione (come la chiamata al draft 2004 del centro Rafael Araujo in luogo di Andre Iguodala), il disastroso gm Babcock venne rimpiazzato da Bryan Colangelo; coadiuvato da Maurizio Gherardini, accoppiando il lungo romano ad un Bosh diventato in tre anni un All Star della Lega, portò sotto la sua gestione Toronto nuovamente alla postseason dopo l’era Carter/McGrady per due stagioni consecutive. Tuttavia Sam Mitchell, vincitore del premio di coach of the year nella stagione 2006/2007 della prima qualificazione, non riuscì a condurre la sua truppa oltre due eliminazioni al primo round, fermato prima dai Nets dell’ex Vincredible e poi dai Magic di Howard, prima di un nuovo periodo di mancate qualificazioni con l’abbandono della franchigia da parte di Bosh approdato da free agent agli Heat, insieme ai talenti di Lebron James.

Da compagni ad avversari

Rappresentare il quarto mercato del Nord America (dopo New York, Los Angeles e Chicago) non si rivela sufficiente per l’attrazione di free agents di livello per porsi al vertice anche all’interno del parquet, con il rifiuto ad esempio di Steve Nash nel 2012 di giocare nella nazione d’appartenenza preferendo le luci di Hollywood in quel di Los Angeles.

La strada cui affidarsi per la costruzione del successivo ciclo è stata quindi solamente quella della gestione delle scelte al draft; la selezione di Valanciunas con la quinta pick assoluta nel 2011, il sacrificio di una scelta al primo giro per ottenere Kyle Lowry dagli Houston Rockets e la selezione di Terrence Ross con l’ottava scelta assoluta nel 2012 sono andati a completare il nucleo fondante della nuova versione dei Raptors, aggiungendosi al pezzo di partenza, la nona scelta assoluta del 2009 DeMar DeRozan.

La parabola della carriera di DeMar è quella auspicabile a qualsiasi giovane prospetto senza le stimmate del fuoriclasse assoluto. In uscita dall’università di USC, dove viaggiò a 13.9 punti a gara, dopo una sola stagione (anche per aiutare economicamente la madre, affetta da lupus) fu scelto con la nona pick assoluta dai Raptors nella Draft Night del 2009.

Puntando sulle sue caratteristiche di spiccato atletismo e facilità di realizzazione, ha migliorato ogni stagione il proprio status. Facendosi innanzitutto notare come schiacciatore: durante il suo anno da rookie è subito coinvolto nella Slam Dunk Competition durante l’All Star Weekend, piazzandosi quarto dietro il tre volte campione Nate Robinson.

Foto Matteo Marchi

Nel 31 dicembre del 2010 invece il primo exploit realizzativo, con il career high di 37 punti messo a segno contro i Rockets; prima perla di una stagione da sophomore in cui vede aumentare il minutaggio diventando a tutti gli effetti titolare con responsabilità importanti nell’economia della squadra.

La stagione dell’esplosione definitiva è quella 2013–14, dove DeRozan segna I massimi in carriera per punti realizzati con 22.7, per rimbalzi con 4.3, per assists con 4.0 e finisce quarto assoluto per tiri liberi totali messi a segno e settimo assoluto per liberi tentati nell’intera Lega, arrivando fino alla prima convocazione per l’All Star Game. Ritocca inoltre il suo career high con 40 punti rifilati il 22 gennaio 2014 ai Dallas Mavericks, primo di una serie di primati di prolificità messi a segno dal punto di vista individuale e della storia dell’intera franchigia, come quello di partite in singola stagione sopra quota 35 punti segnati (con 12) nel 2016/2017, oltre dl totale assoluto di punti segnati in canotta Raptors.

Così il 28/12/2016 DeRozan supera Bosh nella classifica marcatori all time dei canadesi

 

A capo della nuova intelaiatura messa in piedi dal front office con quello che diventa il suo compagno di scorribande preferito, Kyle Lowry, conduce la franchigia di Toronto al record di 48–34 e al terzo seed nell’intera Eastern Conference, che segna il sospirato ritorno alla postseason per i canadesi.

La prima avventura nei playoffs per il gruppo rinnovato è poco fortunata, viste le premesse con cui erano acceduti, con una precoce eliminazione; nonostante ciò il core del team è ormai ben definito e con Patrick Patterson, Greivis Vazquez e Amir Johnson a completare lo zoccolo duro, nelle stagioni successive il gruppo si cementa, migliorando progressivamente il proprio record continuando a fissare primati di franchigia. Nel 2014-2015 il numero di vittorie complessivo sale a 49, comprendendo anche il premio di Sixth Man of The Year ottenuto da Lou Williams (primo Raptor insignito di tale onorificenza); la stagione successiva arriva a 56, con l’importante puntello al roster rappresentato da DeMarre Carroll e infine in quella appena trascorsa si attesta ad un positivo 51, anche grazie l’aggiunta in squadra a metà stagione di Serge Ibaka.



Di pari passo, le due superstar del backcourt canadese ottengono sempre maggiori onorificenze individuali, con DeRozan e Lowry a diventare presenze fissa anche all’All Star Game e a vestire anche la canotta della Nazionale a stelle e strisce vincente nelle Olimpiadi del 2016 (al Mondiale vinto dagli USA nel 2014 partecipa solo il primo dei due).

Di certo, i quattro anni consecutivi di qualificazione ai playoffs rappresentano il picco più alto sportivamente raggiunto dalla franchigia, stretta intorno ad una fanbase molto accanita che orgogliosamente si riconosce intorno al motto “We the North” per attestare la propria appartenenza geografica e anche, finalmente ,quella ai salotti buoni della NBA.

Tuttavia l’esito al termine della postseason resta lo stesso: per quanto il team si migliori, arrivare fino in fondo per i canadesi diventa una chimera. I Nets nel primo turno del 2014, i Wizards nel primo del 2015, i Cavaliers nella finale dell’Est del 2016 e nel secondo del 2017 hanno fatto fuori senza complimenti i Raptors, dei quali una triste caratteristica è quella di non aver mai vinto la partita di esordio in tutte le serie di playoffs mai disputate (tranne quella già citata coi 76ers); anche nei casi in cui son partiti da favoriti, giudicando i record ottenuti nella regular season rispetto agli avversari, Toronto ha fatto estrema fatica durante la fase decisiva della stagione, giungendo una sola volta alle finali di Conference per poi essere pesantemente superata. L’impressione che al termine di ogni stagione diventa sempre più concreta è quella di trovarsi di fronte ad un collettivo non in grado di completare l’ultimo step, passando dal good attuale ad un futuro great.

Photo by Mark Blinch/NBAE via Getty Images

Icona di questo mancato passaggio di livello poteva essere proprio DeMar DeRozan: il ragazzo è una delle migliori guardie della Lega, attaccante da 23.4 punti realizzati di media nelle ultime quattro stagioni , fulcro del gioco del team con usage rate (ovvero la percentuale di “utilizzo” dei possessi della squadra) pari a 34.3 nell’ultima stagione (terzo assoluto nell’intera NBA), forte di un gioco di piedi fra i migliori dell’intera NBA combinato con un atletismo straripante; tuttavia il suo gioco è sempre più lontano dalla tendenza attuale di utilizzo massiccio di tiro da 3 punti, con la sua scarsa capacità oltre l’arco con una percentuale del solo 26.6% nel 2016/2017, a disinnescarne di conseguenza parte della pericolosità così come la scarsa propensione alla collaborazione con i compagni.

Paul George, incaricato della sua marcatura nella serie coi Pacers dei playoffs 2016, subisce in pieno i due blocchi in successione di Lowry e Scola; tuttavia può permettersi di passare sotto con DeRozan che non guarda assolutamente il canestro né il taglio di Luis per andare a schiantarsi nell’ occupatissima area pitturata

Chiaramente, con un assetto che prevedesse una serie di isolamenti per lui (o per Lowry) quale soluzione offensiva primaria, combinando la pecca della bassa minacciosità dall’arco dei 7 metri e 25, le difese nelle postseason tramite opportuni aggiustamenti sono state in grado di limitare in modo più efficace l’intero attacco canadese, che risentiva del problema con spaziature pessime tutto intorno.

Solo la gran verticalità di Nogueira e l’aiuto dimenticato dalla seconda linea di OKC permette di segnare ad un attacco che fornisce pochissime linee di passaggio

Se però in lidi con situazione simile, come a Los Angeles nella sponda Clippers, si decide per una ricostruzione con sacrificio di pezzi importanti, a Toronto l’approccio del gm Masai Ujiri è quello di conferma del nucleo del team. Arriva quindi il prolungamento triennale per Lowry e Ibaka, che si sommano all’estensione quinquiennale firmata l’anno prima de DeRozan, ad occupare gran parte del cap space a disposizione. Le prospettive ad inizio stagione non sembrano quelle di miglioramento, vista anche la perdita di specialisti di livello quali Cory Joseph, PJ Tucker e Patrick Patterson, con il rimpiazzo dalla free agency del solo CJ Miles e con la flebile speranza di crescita per Powell, Wright, Siakam, Poetl e Nogueira e di esplosione per i rookies , ovvero O.G. Anunoby e l’undrafted Fred VanVleet: un gruppo di ragazzi tutti selezionati con scelte basse nelle rispettive draft classes.

Anche per quanto riguarda la guida tecnica di coach Dwane Casey, spesso contestata proprio per le mancanze palesate di playoffs di alternative alle sortite individuali del duo DeRozan-Lowry con conseguenti esiguo numero di assist registrati a partita (18,5 la scorsa stagione, peggiore squadra della NBA), peggior percentuale di canestri assistiti della Lega (col 47,2% in regular season peggior dato degli ultimi 27 anni), basso pace (94,7 la scorsa stagione, ventiquattresima assoluta nella Lega), utilizzo minimo del tiro da tre punti (24 tentativi a partita la scorsa stagione, ventiduesima assoluta nella Lega) in controtendenza con il modello attualmente vincente, la strada scelta è quella della conferma; insomma, la strategia conservativa del front office sembra il preludio per l’inizio di un inevitabile calo.

Esempio della critica tipica per il coach: ultima azione di gara 7 della serie con i Nets del 2013, la rimessa viene disegnata sul lato sbagliato, con confusione dei giocatori nel momento dell’esecuzione e ricezione di Lowry per attacco sul lato della mano debole

 

Invece, sin dal training camp si respira un’aria diversa: alle irate dichiarazioni di fine postseason di Ujiri (“the style of play is something that we need to change, and I’ve made it clear”; “we’ve done what we’ve done so many times and it hasn’t worked”) fa seguito il lavoro per portare sul campo un gioco che potesse offensivamente coinvolgere di più tutti i membri della squadra, per tirar fuori un contributo superiore dai ragazzi non di primo piano. Chiaramente, una maggiore distribuzione dei possessi avrebbe impattato il modo di giocare della coppia di solisti; la chiave in parte era capire quanto i due avrebbero saputo adattarsi in un contesto di minor accentramento e aumentata condivisione di responsabilità nell’arco dei matches.

La squadra ha cambiato marcia: il pace di gioco è diventato il decimo assoluto della Lega con 98.1 (+3.4 rispetto al 16/17), il numero di assist smazzati per gara è diventato di 22.8 (+ 4.3 rispetto al 16/17), il numero di triple tentate a partita è diventato di 31.9 (+ 7.9 rispetto al 16/17), con una percentuale di realizzazione di fatto uguale a quella della passata stagione (passando dal 36% al 35.2%) che di conseguenza ha portato il totale di punti segnati a gara ad aumentare di 5.5 dai 106.9 del 16/17, diventando con 112.4 il terzo assoluto della Lega. Soprattutto, sviluppando un’attitudine che sembra aver contagiato l’intero team, dove la maggiore disponibilità nel dividere onori e oneri permette a tutti di fornire contributo.

Zero palleggi e ottime letture direttamente dalla second unit: in campo VanVleet, Wright, Anunoby, CJ Miles, Poetl

In questo contesto, proprio DeMar DeRozan è stato quello ad elevare il proprio gioco.

Il nuovo sistema infatti ha fatto aumentare la sua mole di lavoro off the ball, portandolo ad effettuare molto più spesso tagli e riccioli in uscita dai blocchi, lavorando per la squadra senza fagocitare il pallone. L’usage rate è diminuto di 5.1, scendendo al 29.2, così come prendendo meno tiri a gara (18.5 rispetto a 20.9) ha diminuito il proprio score personale di 1.9 punti a partita (con 25.4 rispetto ai 27.3 del 16/17); registra però migliori percentuali al tiro (con 48.1% rispetto al 46.7%). e soprattutto un aumento del numero dei suoi tiri non contestati ottenuti grazie a scarichi dei compagni e movimento senza palla, con un 6.1 a fronte del 5.3 della scorsa stagione nonostante il numero più basso di conclusioni.

Foto Matteo Marchi

Inoltre, il ragazzo ha aggiunto al suo arsenale un’arma solitamente assente, il tiro dietro la linea dei 7 metri e 25. Ad esempio, nella scorsa stagione il prodotto di USC aveva messo a segno 33 triple; durante la stagione attuale, in 42 partite è già arrivato a 48. Inoltre, se la percentuale di realizzazione in carriera è del 29.2%, averla migliorata portandola in questa stagione al 35% rappresenta un’importante espansione della propria pericolosità offensiva, con la percentuale di conclusioni prese dall’arco più che doppia rispetto alla scorsa stagione (dove rappresentavano l’8% del totale, rispetto al 17.5% attuale) a scapito dei long two (che ora rappresentano il 18% rispetto al 31% della scorsa stagione), in linea con la tendenza globale di estinguerli causa inefficienza nel rapporto distanza/punti prodotti.

Anche con coefficiente di difficoltà elevatissimo e dedica alla panchina avversaria

In totale sta registrando il miglior Offensive Rating della carriera con 113, ad espressione di un apporto in attacco ancora maggiore, che ad esempio lo ha porta a mettere a segno svariati tiri decisivi.

L’ultimo in ordine di tempo, realizzato contro i Nets il 09/01; gioco da tre punti per la vittoria al supplementare

 

Inoltre, nella gara contro i Bucks del primo dell’anno, ha raggiunto i 52 punti personali: oltre ad un ritocco del career high personale, si è trattato della terza volta in cui sono stati realizzati almeno 50 punti individuali nella storia della franchigia, con gli altri due ad essere Vince Carter e Terrence Ross appaiati a 51 e quindi superati nel primato all time di squadra.

Non stupisce perciò il risultato raggiunto durante le prime due tornate di votazioni per quanto riguarda le selezioni per l’All Star Game; la quarta apparizione nella partita delle stelle in carriera potrebbe giungere nuovamente da starter dopo quella scorsa stagione, in una Conference dove riesce a mettersi alle spalle nel backcourt uno dei migliori play della Lega come John Wall, una sensation come Ben Simmons o un Victor Oladipo in stato di grazia:

In conseguenza della personale evoluzione, l’intera squadra ne trae giovamento; un range di tiro aumentato consente di rallentare le rotazioni difensive avversarie, così da costruire conclusioni con molto più spazio a disposizione del tiratore.

Sullo show di Howard sul p’n’r, Lamb occupa il pitturato fino al ritorno di Dwight su Valanciunas; quando DeRozan riceve, Kidd-Gilchrist è costretto a ruotare in quanto DeRozan non è più battezzabile e la successiva rotazione di Lamb su Anunoby non arriva in tempo utile per contestarne il tiro

Non si tratta certo di un meccanismo perfetto: per un Anunoby scelto come pick numero 23 del Draft 2017 quale specialista difensivo e diventato dal 15 di dicembre primo in assoluto fra i rookies che partono in quintetto per offensive rating (115.0) e per net rating (+12.8), oppure per un Valanciunas che fissa il primato di unico dal 1983 a realizzare 15 punti con 18 rimbalzi in meno di 20 minuti (!!!) contro i Cavaliers, a risentire in negativo della nuova filosofia di squadra è l’altro asso della squadra, Kyle Lowry.

Dal punto di vista individuale per il numero 7 si tratta della peggior stagione in maglia Raptors dopo quella d’esordio, con un calo nelle principali voci statistiche: dai minori punti realizzati (16.2 rispetto alla media di 19.8), ai minori tiri presi (12.2 rispetto alla media di 14.8), nonostante il massimo in maglia canadese alla voce dei rimbalzi (6.1 rispetto alla media di 4.7); sintomo di un minore adattamento ad un sistema che non gli permetta di gestire lo stesso volume di possessi precedente, con un calo di usage rate di 3.4 rispetto alla scorsa stagione.

In una Eastern Conference giudicata dalle previsioni di inizio anno di minor valore, vista la fuga di talenti verso l’altra costa, con i soli Boston Celtics a poter seriamente attentare al trono di regina dell’Est da tre stagioni in mano ai Cleveland Cavaliers, i Raptors di forza si stanno prendendo un ruolo da protagonista fra le due contendenti. Attualmente detentori del secondo record della Conference, con 29 vittorie e 13 sconfitte che forniscono loro 3 partite di vantaggio sui Cavs e li pone a 4 partite dai Celtics capoclassifica paiono aver messo in cassaforte il vantaggio casa almeno per la prima serie, ma non sembrano certo accontentarsi. Proprio contro la truppa di Lebron James, anzi, è arrivato un successo a legittimare la miglior prima parte di stagione della storia della franchigia, grazie al record di 29-11 in 40 partite: dove, nel 133-99 in cui largamente i canadesi hanno avuto ragione dei vicecampioni in carica, i punti messi a segno rappresentano il record di franchigia per una partita di regular season.

L’avvicinarsi della trade deadline e le aspirazioni da titolo di Cleveland e Boston potrebbero cambiare un quadro generale destinato ovviamente a diventare ben più selettivo una volta arrivati alla postseason; anche se il dubbio sulla loro capacità di completare l’ultimo step con DeRozan quale leader assoluto (dopo i suoi usuali cali durante i diversi playoffs giocati) permane, come testimoniano le sconfitte sul filo di lana contro i Warriors (nel primo scontro di cinque punti, nel secondo di due) o i Celtics (di un solo punto) attualmente capoliste di Conference, non c’è per niente da scommettere contro DeMar e questi Raptors.

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