Kevin Bradshaw è stato chiamato “la più grande macchina da canestri di cui non avete mai sentito parlare”, una definizione che gli aderisce alla perfezione: bilioni di punti segnati durante una carriera lunghissima, ma nella quale non ha mai calpestato i palcoscenici più prestigiosi.

Come anticipato, è lui il recordman per il maggior fatturato in una singola gara di basket NCAA, limitandoci a considerare attendibili solo i risultati della Division I (niente di personale, Division II e III).

Partiamo da Gainesville, non necessariamente la località più turistica della Florida ma che negli anni, oltre alla star NFL Tim Tebow, ha svezzato nomi significativi per i baskettofili: tra gli altri Al Horford, Joakim Noah, Udonis Haslem.

Anche il musicista Tom Petty proviene da lì; nell’Aprile del 1991 (anno cruciale per la storia di oggi) con i suoi Heartbreakers produsse questa Learning To Fly, utilizzata un paio di mesi dopo anche per i festeggiamenti del primo titolo dei Chicago Bulls.

Se è vero che si può imparare a volare anche senza ali, in quanti sono poi pronti all’atterraggio d’emergenza, una volta che tutti i sogni di gloria si schiantano contro una montagna troppo grande da evitare?

 

 

Chi è Kevin Bradshaw? Nato nel 1965, crebbe fino a diventare una guardia alta poco meno di un paio di metri con mani affidabili e una verve offensiva instancabile. Non un giocatore che infila il gomito dentro il cerchio arancio (benché fisicamente valido) ma capace di vedere il canestro con irrisorio sforzo.

Forse perché, in una città in cui i divertimenti più o meno legali al di fuori dello sport erano pochi e spesso iniziavano comunque con la bottiglia di un qualche alcolico tra le mani, Kevin tirava a canestro anche la notte, quando gli unici riflettori a sua disposizione sono quelli appesi alla volta celeste.

Kevin ci mise comunque poco a trasformarsi in un wild child: già a 13 anni tornava spesso a casa ubriaco, strafatto o entrambe le risposte precedenti. Di sicuro l’essere grande amico di Vernon “Mad Max” Maxwell non semplificava le cose.

Bradshaw e la futura guardia titolare nei Rockets del primo anello giocarono insieme nella high school locale, la Buchholz , con indosso la divisa dei Bobcats, risultando in poco tempo come i migliori elementi della squadra, con Kevin notevolmente meglio pure di Maxwell: l’ultima stagione, 1982/83, si espresse con 30 punti abbondanti, 8 rimbalzi e 4 assist, facendo incetta di premi.

I Florida Gators, orgoglio della città, furono pronti ad accoglierlo a braccia aperte, così come accadde per il suo compare Maxwell, al quale inizialmente Bradshaw fece promessa di seguirlo in qualsiasi college avrebbe deciso di approdare.

Eppure Kevin cambiò idea: a Florida University non erano rari atti di discriminazione verso le minoranze, e la sensazione di sentirsi comprato come un pezzo di carne al mercato era inaccettabile agli occhi di un attivista per i diritti dei neri come lui.

Bradshaw scelse invece un’università con minor blasone e risorse come Bethune-Cookman, piazzata nella parte più pericolosa di Daytona Beach, ma che d’altro canto offriva invece un ambiente più familiare e studenti in maggioranza afroamericani.

Oltre a una splendida vista sulla Sonic Mountain!

La scelta si rivelò ben presto come un pessimo affare, non tanto dal lato cestistico, (19 punti di media al secondo anno di esperienza, il migliore della squadra) quanto da quello umano: i voti di un demotivato Bradshaw, ora rammaricato di non aver optato per un istituto più prestigioso, crollarono a picco e i comportamenti sopra le righe lo portarono ad essere espulso dalla scuola.

Una decisione dura ma che, rivista oggi, lo stesso Kevin considera salvifica per l’allontanamento da tentazioni distruttive: lui stesso, con la franchezza che lo contraddistingue, non si fa problemi ad ammettere che il mix tra la sua indole casinara dei tempi e le attrazioni di un’università come Florida avrebbe potuto sì portare alla genesi di un nome da NBA, ma più facilmente a un epilogo tragico anzitempo.

D’altronde se fai comunella con Mad Max e tu sei quello pazzo della coppia, che ti puoi aspettare?

Dopo aver deciso di sposarsi con la fidanzata storica, recante in grembo la sua futura primogenita, Kevin si ritrovò con l’urgenza di provvedere economicamente alla sua famiglia. Le circostanze lo portarono, al termine di un periodo di profonda depressione culminata con il pensiero di spararsi nel mezzo di un locale a Daytona Beach, a scegliere nel 1985 di arruolarsi nella marina militare in una base sulla costa opposta, a San Diego, pianificando di servire il Paese per almeno un paio di decadi, conscio che così facendo avrebbe detto addio alle sue aspettative di NBA.

Kevin scoprì ben presto che la vita passata tra imbarcazioni e sottomarini non è proprio aderente al verbo della disco music: poche avventure salpando per i 7 mari e ancor meno innuendo omosessuali (sì, come no).

La sua ben nota intolleranza alle regole lo portò inizialmente ad inimicarsi l’altro migliaio di giovani che componevano l’equipaggio, incuranti del suo passato prossimo da stella sportiva, costringendolo a cercare un escamotage per rendere sostenibile l’esperienza militare.

Nel mentre si mise anche a piovere: dopo appena 5 mesi arrivarono le carte del divorzio, con la neomoglie che si rifiutò di seguirlo a San Diego; di lì a poco sarebbe venuta alla luce la piccola Janie Cherall, che Kevin ebbe possibilità di vedere solo dopo quasi un anno dalla sua nascita.

[Ma ora la parola ai nostri sponsor!]

La cura per queste vicissitudini sfavorevoli era nascosta di nuovo nel gioco della palla e del canestro: gradualmente ripulito dalle dipendenze e maturato caratterialmente, Bradshaw, dopo un anno di digiuno dalla palla arancio, entrò nella Navy All Stars, la squadra itinerante della marina. Qui fece conoscenza con una futura leggenda del calibro di David Robinson; la vita tornò a sorridere e finalmente l’integrazione con i commilitoni fu completa.

Proprio The Admiral ebbe un ruolo fondamentale nel percorso di redenzione di Kevin, supportandolo con fare solidale e incitandolo a riprendere gli studi.

E così fu: Bradshaw tornò al college a 24 anni, nel 1989. Lo volle Gary Zarecky, coach della modesta U.S. International Unversity (sita sempre a San Diego), fermo sostenitore del 7 Seconds or less ben prima che D’Antoni ce ne fece innamorare a Phoenix.

In un sistema di gioco del genere, che privilegia appunto un alto numero di conclusioni sacrificando i tatticismi, un realizzatore naturale come Bradshaw rappresenterebbe aria fresca (per usare le caustiche parole dell’allenatore Kevin rappresentava “il massimo del talento che potevamo permetterci di comprare”).

Il primo anno il nostro dimostrò di adattarsi bene a questa concezione zemaniana del basket, producendo oltre 31 punti per partita; il record finale di squadra si ferma a 12-16, comunque il migliore nella giovane storia della scuola (presente in Division I solo dal 1981).

La stagione successiva, l’ultima di Bradshaw nel basket collegiale, fu quella che Sabato 5 Gennaio del 1991 ci regalò la partita di USIU che giustifica l’esistenza di questo articolo.

Gli avversari? Una trasferta al Gersten Pavilion, casa dei losangelini Loyola Marymount Lions, scuola cestisticamente passata sempre piuttosto sotto silenzio, ma che proprio la stagione precedente ebbe grande risalto per un’esaltante cavalcata terminata a un passo dalle Final Four contro la Nevada di Larry Johnson, Stacey Augmon e Anderson Hunt (quest’ultimo destinato a un percorso simile a quello di Bradshaw), poi destinata a conquistare il titolo.

Il mondo dello sport rimase shockato perché, proprio in quell’arena, si giocò la maledetta partita che il 4 Marzo 1990 vide la morte in campo della star dei Lions Hank Gathers per complicazioni cardiache, una pazzesca ala di 2 metri con capacità di scoring e rimbalzi (categoria quest’ultima cui era peraltro leader uscente a livello collegiale) come raramente si ha avuto occasione di poter testimoniare.

Quando Lions e USIU collisero nel 1990 il risultato conclusivo fu un folle 181-150 a favore di Loyola, che stabilì in quell’occasione un primato come migliore prestazione offensiva in Division I.

Indubbiamente da questa rivincita ci si poteva aspettare che qualche altro record sarebbe stato da aggiornare, e così fu.

In particolare, come detto, quello fu il giorno in cui Kevin Bradshaw mise il suo nome nei libri e nelle domande per le lauree arancioni del Trivial Pursuit: Kevin giocò la partita nella sua interezza, chiudendo con 59 conclusioni dal campo e 23 realizzazioni, di cui un 7/22 da oltre l’arco. 19 liberi su 23 completarono una prestazione difficilmente ripetibile, chiusa mettendo in paniere la bellezza di 72 punti, festeggiati con una standing ovation dai 1.100 fortunati spettatori (tra i quali la seconda moglie Pamela, sposata qualche settimana prima), la gran parte teoricamente ostili. Una cifra mostruosa, che nella Division I a oggi nessuno è riuscito a replicare, figurarsi sorpassarla.

Una fedele ricostruzione del match.

USIU ne mise a referto complessivamente la bellezza di 140, un dato di cui pavoneggiarsi, a patto di ignorare beatamente i 186 piazzati nel frattempo dai Loyola Marymount (28 dei quali opera dall’ex Varese Richard Petruska), che riuscirono così a superare il loro precedente record.

Può sembrare una battuta, ma dopo questa contesa furono adottati referti che contemplassero fino al 139° punto, per venire in aiuto dei futuri addetti a tenere il conto del risultato in match del genere.

Non sorprenderà che i Lions chiusero l’anno primi per punti segnati e penultimi per quelli concessi, considerando tutte le 295 compagini partecipanti all’annata nelle varie divisioni.

I 69 punti firmati Pete Maravich sui 104 totali di Louisiana State nel 1970, quando i 3 punti in NCAA non erano ancora realtà, vennero così relegati al secondo posto dello speciale podio.

Il punteggio complessivo siderale della partita (basti considerare che nella finale NCAA di quell’anno Duke e Kansas ne segnarono 137 in totale) e il dettaglio non così trascurabile che i Gulls, in quella che fu per loro la quindicesima battuta d’arresto in 16 partite, iniziarono a giocare piuttosto a cuor leggero una volta che i Lions andarono in fuga, arrivando a metà gara forti di un confortante 94-70 (con già Bradshaw giunto a 48), resero questo exploit individuale una sorta record di cartone, bistrattato dalla maggior parte degli addetti ai lavori, che non esitarono a definire il match come un “garbage game”, espandendo il concetto solitamente limitato agli accademici minuti finali di una partita virtualmente già chiusa.

Non è poi tanto male, in fondo c’è solo una F che guasta.

Costrinse (storia vera) l’organizzazione a rivedere i fogli per i punteggi

Bradshaw riuscì in ogni caso a rendere memorabile l’ultimo capitolo della storia di USIU nel basket: già da un paio di settimana la scuola era andata in bancarotta e fu concessa una deroga di 6 mesi per lasciare completare il campionato alla squadra di pallacanestro maschile, terminando immediatamente ogni altra attività sportiva.

Questi 72 punti suonano come un concerto solistico (in cui Bradshaw gioca il ruolo del capo d’orchestra) eseguito su un ponte del Titanic, mentre l’iceberg lo ha già conficcato.

L’annata si chiuse con un orribile 2-26 ma per Kevin il cruccio fu minimo, schiacciato da una spaventosa media punti di 37.3 (sorprendentemente era “appena” a 34 dopo la partita con i Lions), mai più avvicinata fino ai giorni nostri, e alla prospettiva di approdare finalmente in NBA.

Kevin non si poté certo considerare nell’età ideale per essere un rookie tra i pro, con i suoi 26 anni. Per una migliore visione d’insieme, basti considerare che i suoi coetanei si chiamano Scottie Pippen, Reggie Miller, Mitch Richmond, ovviamente David Robinson.

Da Bradshaw non ci si sarebbe potuti aspettare un rendimento paragonabile a quello di questi fenomeni, ma era altrettanto impronosticabile quanto sarebbe accaduto al nostro eroe.

Nell’estate del 1991, difatti, non solo nessuna delle 27 franchigie della NBA prese in considerazione Kevin come scelta del draft (nonostante l’interessamento teorizzato da parte di Lakers e Nuggets) ma neppure si prodigò di convocarlo anche solo per un provino.

Un vero e proprio shock, una spallata di Pekovic a una traballante situazione finanziaria e una mano di Ibaka davanti agli occhi che cercano di scorgere istantanee del possibile futuro.

 

 

UNA MANNA DAL CIELO 

In questo quadro generale alquanto precario, quando non era raro trovare Kevin dormiente ai bordi di una strada, Bradshaw scelse di trascorrere un altro anno scolastico a USIU, con il solo fine di conseguire la laurea in educazione fisica.

Pochi giorni dopo aver lanciato festosamente in aria il pileo Kevin ricevette una chiamata dal suo agente: in Israele c’era un club, il Givat Shmuel, interessato a lui, ed era pure disposto a sborsare cifre interessanti per assicurarselo.

Bradshaw partì così verso la terra promessa, con il progetto di passarci al massimo una stagione intera per racimolare della liquidità, da reinvestire nel conseguimento di un master una volta rimpatriato.

L’impatto iniziale con una cultura così diversa da quella della grassa Lady America non fu dei migliori, specialmente quando si trattò di giocare in arene che ben poco avevano da spartire con il Madison Square Garden o il Boston Garden, in cui avrebbe più volentieri esibito il suo talento.

Demone aggiunto digitalmente

Già nelle prime settimane di vita mediorientale avvenne un crocevia determinante nella vita di Kevin: un attentato dinamitardo in un autobus, del quale nel resto del mondo venne spesa qualche riga di giornale, ma la cui esplosione arrivò forte e chiara nelle sue orecchie, visto che si trovava a poca distanza dal teatro della tragedia.

Ci fosse salito lui su quel bus, sarebbero potuti passare anni prima che i suoi parenti ne avrebbero ricevuto notizia; oltre a ridimensionare l’entità dei propri problemi, Kevin realizzò di essere completamente separato da ciò che era stato il suo mondo fino a pochi mesi addietro, le connessioni con il parentado e gli amici (oltre alla seconda moglie, da cui divorziò tempo prima) erano state tranciate senza quasi che se ne accorgesse.

Da subito l’atteggiamento da altruista riposto da Bradshaw a favore del resto della squadra fa storcere il naso alla dirigenza: lui è l’uomo dei record, che si dimostri tale prediligendo giocate individuali per esaltare i paganti.

Viene da pensare, un giocatore che ha 70 e rotti punti nelle mani in una gara (pur anomala) di NCAA, nel campionato israeliano, con il vento a favore, non potrebbe valicare il centello?

E… beh, effettivamente fu proprio quello che accadde.

Incentivato a replicare la performance dei suoi famosi 72 con la promessa di un una tantum pari al suo stipendio mensile nel caso vi fosse riuscito, Kevin scaldò la mano e durante l’inizio della stagione 1993/94, con la squadra retrocessa nella seconda divisione, registrò una clamorosa tripla cifra, in una roboante vittoria per 165-109 contro il malcapitato Maccabi Tverya: quella sera l’ultim’ora sul televideo israeliano riportò i 101 dobloni depositati da un ex marinaio americano.

Anche stavolta tuttavia la stampa statunitense, a cui fece eco quella israeliana, ebbe a sminuire questo strepitoso primato, generando dannose frustrazioni a un Bradshaw ancora alla ricerca di un suo equilibrio.

Nel 1995 il Givat Shmuel decise di interrompere la collaborazione con Kevin, lasciandolo solo e disoccupato in terra straniera, con i ponti bruciati per un eventuale ritorno negli States.

Con una disperazione inconfessata annuì ad accettare il consiglio della sua più stretta amica israeliana, Keren, che gli consigliò di trasferirsi con lei in un kibbutz, comunità perlopiù agricole (ma senza contadine di Alberobello) in cui la moneta viene sostituita con l’impegno plenario da parte dei membri di impegnarsi per il bene del collettivo. La Florida era distante ben più di qualche ora di fuso orario.

Nel momento di più nero sconforto Kevin riestrasse una dannata pistola e arrivò a un tiro di grilletto dal terminare anzitempo la propria vita. Venne fortunatamente ricondotto alla ragione da Keren, che gli confessò di non poter riuscire a sopportare la sua dipartita. If that ain’t love then I don’t know what love is.

“Keren ti amo” – “Mi sento confusa”

Un Bradshaw ringalluzzito riuscì a riprendere anche la vita cestistica, giocando per altre 9 stagioni, sempre in quella Israele che avrebbe dovuto abbandonare dopo un anno. Nel mentre fece nuovamente centro anche senza ausilio del pallone: Nel 2004 nacque il piccolo Deshawn.

Proprio quell’anno Kevin appese la canotta al chiodo, dopo 3 titoli nazionali conquistati, per rivestire il ruolo di coach per l’Hapoel Elat, iscrivendo il proprio nome sul raggiungimento di un altro significativo risultato, quello di essere il primo allenatore di colore nella semisecolare storia della Ligat.

Quel soggiorno israeliano terminò dopo la bellezza di 15 anni, quando finalmente nel 2008 Kevin decise di tornare negli States portando con sé la sua nuova famiglia, trovando lavoro nelle veci di vice-allenatore per l’università cristiana di Point Loma Nazarene, nella San Diego dei suoi record collegiali, in cui seguì per 6 stagioni i Sea Lions in Division II.

Oggi nei giorni feriali lo trovate sulla sedia del preside della King-Chavez Community High School, sempre a San Diego, a preoccuparsi soprattutto di giovani problematici com’è stato lui, per cercare di sottrarli ai dolori provati sulla sua stessa pelle.

C’era un ex compagno di squadra di Bradshaw a Buchholz, tale Greg Kappy che, mentre Kevin vagava in Israele, ha preferito dedicarsi al piccolo e grande schermo come location manager.

Tra tutti i volti presenti riguardando gli annuari scolastici, rivedere quello di Kappy fece sussultare Kevin, che cercò di contattarlo.

Greg, da par suo, non si era mai dimenticato di quel campione con la sua stessa canotta nell’high school, apparentemente destinato a una carriera più o meno rilevante in NBA ma poi scomparso nel nulla, come una Carmen Sandiego senza il contraddistintivo copricapo rosso e i preziosi del Burundi da ostentare.

La rimpatriata ha finito per regalarci nel 2012 un documentario, Shooting For Home, per onorare a dovere l’uomo, ancor prima del giocatore che comunque (piaccia o no) è riuscito a detronizzare Pete Maravich come più prolifica prestazione one night only nel basket universitario che conta.