Maggio è alle spalle, le Finals avanti, per semicitare impropriamente Peregrino Tuck. Sono state settimane intense, che mi hanno fatto riflettere sul senso della vita e su molti suoi aspetti.
Ad esempio, perché Lebron prende un miliardo dalla Nike, un tizio ha pagato 60k per guardare gara 6 tra Warriors e OKC, e io invece non ricordo più dove ho messo i miei due euro?
Mentre li cerco, ecco quello che è successo in queste finali di Conference. Gratis, per questa volta.

 

Golden State Warriors – Oklahoma City Thunder:

I Thunder fanno il colpaccio in gara 1 vincendo ad Oakland, con Westbrook e Durant ad alternarsi nei momenti di onnipotenza. Dopo il pareggio dei Warriors nella gara successiva, momenti di panico quando il carrozzone della squadra della California si rovescia del tutto, in seguito ad altre due sconfitte consecutive. Migliaia i dispersi, social invasi da tifosi dei Thunder, i Bulls del 96/97 che fanno le pernacchie: una tragedia.

A GS manca l’apporto di Draymond Green, che nelle prime quattro gare della serie fa più fatica di quanta ne avrebbe fatta Moses Malone, buon’anima, a leggere lo Zibaldone di Leopardi: letture di gioco sbagliate, mattonate ai tiri e turnovers. In compenso però rifila un calcione nei kiwi a Steven Adams, giusto per complimentarsi per i grandissimi playoffs del neozelandese. Forse non l’idea migliore, vista la mole della sorella di Adams.

adams OKC è come al solito trascinata da Westbrook, che mette a referto cifre inumane (scollinando quasi sempre i 30 punti) e ignoranza in egual misura, e da Durant, che fa da Picone al suo Ficarra, soprattutto nei momenti di blackout mentale del primo. Cosa vuol dire? Non ne sono certo nemmeno io.
Il vero segreto dei Thunder, anche se ormai è un po’ un segreto di Pulcinella, è il supporting cast. Molto bene Tom Selleck   Frank Zappa  Steven Adams, Kanter e Robertson, ma sorprendetemente anche Waiters. Per il quale non posso che confermare il mio odio, dopo aver scoperto che al college si faceva chiamare KOBE WADE.

Iil pubblico di OKC sentiva la tensione. Fin troppo.

Il pubblico di OKC sentiva la tensione. Fin troppo.

Sembra dunque finita per i Warriors, il carrozzone sta ormai affondando nel canale di Sicilia (#SatiraPolitica) ma proprio quando tutto sembrava perduto, ecco giungere il Nano di Akron a cavallo di un Bogut, che nelle gare precedenti aveva giocato quanto me, per salvare la situazione. Tocca infatti all’MVP e al fido Klay Thompson combinare 60 punti e trascinare la squadra ad una vittoria fondamentale, portando la serie sul 3-2.
In casa Thunder inizia a serpeggiare qualche timore, che diventa terrore puro quando i Warriors vincono anche gara 6, con un Klay Thompson – nettamente il migliore della serie per Golden State – da affrescare nelle chiese. Male Westbrook, che perde 12 palloni in due partite, e in particolare 4 negli ultimi minuti di gara 6.
Persa l’occasione di chiudere in casa la serie, i Thunder battagliano con tanto cuore in gara 7, ma fanno fatica a tenere il passo di Curry e soci, sempre più galvanizzati dalla bolgia che è l’Oracle Arena. Alla fine sono i padroni di casa ad avere la meglio, con 36 punti dell’MVP che riscatta definitivamente le cattive prestazioni delle prime gare.
Degna di nota la scelta di Kerr, che schiera spesso quintetti piccoli nel secondo tempo per eliminare il vantaggio a rimbalzo dei Thunder, che con Ibaka e Adams insieme avevano spesso annullato Green e Bogut nel corso della serie. Onore a Kevin Durant, criticatissimo per la tendenza a defilarsi nei momenti di pressione, ma davvero l’ultimo ad arrendersi per Oklahoma City, nonostante la gran difesa di Iguodala al quale Kerr avrà gridato #HoldTheDoorant.
In realtà  è tutto truccato, visto che sulla pagina facebook dell’NBA prima di gara 7 avevano già dato i Warriors vincenti. #GOBLODDO!!!1!

Kerr che improvvisa un gioca jouer per festeggiare la vittoria. Curry : “coach pls”

Kerr che improvvisa un gioca jouer per festeggiare la vittoria. Curry : “coach pls”

 

Cleveland Cavaliers vs Toronto Raptors

Ormai è tradizione. Diciamolo tutti insieme, in coro: “Toronto perde gara uno per educazione.”
Per educazione e perché questi Cavaliers quando girano sono oggettivamente devastanti.
Raptors sconfitti mestamente nelle prime due gare, con i Cavs a dettare tempi e ritmi a piacimento: Lowry assente ingiustificato, il povero DeRozan solo sull’isola come Kobe.
Senza essere Kobe, però. Solo sull’isola come DeRozan.
Riescono ad accorciare le distanze in gara 3, la prima in casa, e a pareggiare la serie in gara 4, trascinati dai due Sdeng Brothers (che nel quarto incontro combinano quasi 70 punti in due) e approfittando di un paio di serate storte del supporting cast dei Cavaliers. Degno di nota anche Bismack Biyombo, con tanto lavoro sporco sotto i tabelloni, sberle a Lebron, ruggiti, stoppate a Kevin Love, blasfemie e chissà cos’altro. Meglio non indagare.

Capitela.

Capitela.

Ma dopo questo barlume di speranza è buio profondo, con una gara 4 in cui quasi tutti i Cavaliers giocano molto bene e in ritmo e quasi tutti i Raptors, salvo forse il rientrante Valanciunas, soffrono come Aldo Busi ad una gara di rutti. La reazione dei Raptors in gara 6, per quanto ammirevole, non basta a fermare i Cavs trascinati da Love, Irving e Lebron che realizzano 83 punti.

Inutili anche i 35 punti di Kyle Lowry, canto del cigno – o meglio, dell’alce – per l’avventura ai playoffs della squadra canadese. Troppo, troppo, troppo altalenanti: DeRozan e Lowry, il supporting cast, l’idea di gioco. Un po’ tutti.
Forse l’unica costante di questi playoffs, per i Raptors, è stato Bismack Biyombo, #BeataIgnoranza, che ha fornito quella presenza fisica sotto le plance attorno a quale fare perno, soprattutto difensivamente. Rimane sicuramente il dubbio di che serie avremmo visto con in campo un Jonas Valanciunas sano, ma probabilmente il risultato sarebbe stato il medesimo.

Sul 2-2 Lowry ha dato la mano a Drake. Sappiamo tutti come è andata finire.

Sul 2-2 Lowry ha dato la mano a Drake. Sappiamo tutti come è andata finire.

Anche e soprattutto perché la serie è stata dominata da Lebron James, sia in termini di cifre – sempre in odore di tripla doppia – sia di apporto alla squadra.
Tutto ciò nonostante su di lui fosse stato piazzato l’arcigno Demarre Carroll, col preciso scopo di limitarlo per quanto possibile. Doveva essere un po’ come Ettore contro Achille, per capirci, perché Carroll ha tutte le qualità fisiche e l’intelligenza difensiva necessarie a metterlo in difficoltà, invece è stato preso a pallate. Sembrava più un Achille vs Pippo Baudo, e non so quanta effettiva colpa abbia il povero Demarre.
Molto bene anche Kyrie Irving, ma a mio avviso soprattutto Kevin Love, che appare convinto/rassegnato ad agire da terzo violino ed è importantissimo per gli equilibri della squadra.

Ora dobbiamo guardarci negli occhi, io e voi, anche se virtualmente. Dobbiamo guardarci negli occhi, prenderci le mani e dire ad alta voce: “Tyronn Lue, quello dello step-over di Iverson, quello che nello spogliatoio dei Lakers non aveva il permesso di parlare con Shaq, potrebbe vincere un titolo NBA alla prima stagione da Coach, per giunta subentrato. Come fece Pat Riley.”  #ChiLueAvrebbeMaiDetto

“Posso chiamare uno schema io adesso?” “No.” “UFFAAAAAAA”

“Posso chiamare uno schema io adesso?” “No.” “UFFAAAAAAA”

Mentre questo pezzo era in produzione, i Warriors hanno già messo in saccoccia gara 1 delle finals trascinati dalla panca. Ottimi Barbosa, Iguodala e Shaun Livingston, che seguo da quando faceva il gabbiano di professione.
Momento clou quando Dellavedova, sentendo odore di sconfitta, a fine terzo quarto rifila un low blow a Iguodala tentando di buttarla in rissa.
Per inciso, stessa tattica che uso io agli esami.
Non funziona neanche lì.

 

di Davide Romeo