Qualcosa ha voluto che mi avvicinassi al basket NBA 11 anni fa, nel 2005. Più precisamente giusto in tempo per gara 7 delle Finals, che quell’anno si giocavano tra Detroit Pistons, campioni in carica, ed i San Antonio Spurs.
La partita decisiva: quale miglior occasione per un neofita di entrare a contatto col mondo NBA?
Il primo canestro della partita non lo scorderò mai: il 21 in divisa bianca prende palla nei pressi della lunetta, guarda il canestro e il difensore davanti a sé, finta il tiro e lo fa saltare. Mette palla a terra: un palleggio, terzo tempo (una delle poche cose che sapevo fare bene a 10 anni) e quel tiro ad una mano appoggiato al tabellone.
Dio solo sa quante volte mi sono chiesto “Ma come fa?”, senza mai ricevere una risposta che potesse saziare la mia fame di curiosità di quell’epoca. Già, perché la risposta più quotata era “Solo lui lo sa”.
Tim Duncan è un’icona della pallacanestro di ieri e di oggi. Incarna perfettamente il campione genuino, colui che fa volentieri a meno di interviste, film e documentari, ma che sul campo non vuole saperne di non giocare per vincere. Duncan è un insieme di ingredienti che ne fanno un giocatore più unico che raro nel suo genere.

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Tim Duncan è Leader.
Una leadership silenziosa, che non necessita di palcoscenici illuminati, vestiti firmati e scarpe lucidate dal primo all’ultimo centimetro per lasciare il segno nei compagni e tra i media. Una guida prima spirituale poi tecnica, che parte dallo spogliatoio fino ad arrivare in campo: mai una parola fuori posto, atteggiamento sempre temperato, un carisma invidiabile ed una capacità di trascinare i propri compagni, anche quelli più insospettabili, verso la winning mentality, quasi ai limiti dell’immaginabile. Il tutto senza mai prendersi le luci della ribalta, giocando il suo basket e, quando tutti gli ingranaggi s’incastravano tra loro alla perfezione, vincendo i suoi anelli.
Un esempio? Citofonare Aldridge, LaMarcus: “Nella partita con Memphis stavo facendo una gran fatica a segnare, in 18 minuti avevo messo a segno solo 1 punto, sbagliando tutti i 7 tiri presi. Ma lui era sempre dentro le mie orecchie. ‘Continua a giocare’, diceva. ‘Non iniziare ad essere passivo: prenditi i tuoi tiri con tranquillità’. Era sempre dietro di me”.
Dopo 4’ dall’intervallo, Duncan pesca Aldridge con un lob perfetto a centro area, regalandogli il primo canestro della serata. Poi arrivano in rapida successione un canestro dalla media e un altro da distanza ravvicinata. Nelle labbra di Duncan si disegna un genuino sorriso, come per dire “Visto ragazzo? Ce l’hai fatta”.

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Tim Duncan è Esempio.
Per i compagni, per lo staff tecnico, per i tifosi, per i familiari. Fin dalla tenera età ha giurato eterna vicinanza alla sua famiglia. Il giorno prima del suo 14esimo compleanno, sua mamma Ione ha lasciato Tim e due sorelle maggiori, rapita e mai più restituita alla vita da un tumore al seno. L’ultima promessa che Tim fece a sua mamma fu quella di uscire dal college solamente con una laurea in mano, e la laurea in psicologia ottenuta a Wake Forest spiega il tardo approdo in NBA nonostante le possibilità di fare il grande salto già alla fine dell’anno da sophomore fossero elevatissime. Un esempio per la sua squadra, perché come afferma Pop “Veniva presto, restava fino a tardi, era lì per ogni singola persona, dalla cima fino al fondo del roster, perché era quella la sua essenza, era in tutto quel rispetto”.
Nel 2015 è arrivato anche il Twyman-Stokes Teammate of the Year, il premio per il quale 300 atleti NBA votano, assegnando al giocatore che secondo loro incarna il miglior compagno di squadra che un atleta possa avere questo importante riconoscimento.
E se già dopo l’anno da rookie il suo compagno David Robinson, nonché parte delle Twin Towers, lo consacra dicendo “È lui the next big thing. Il suo atteggiamento e la sua forza di volontà nell’allenarsi per migliorare sempre più mi rende orgoglioso”… Qualcosà avrà pur voluto dire.

NBA: Playoffs-Portland Trail Blazers at San Antonio Spurs

Tim Duncan è Genio.
Impossibile non pensare al suo bank shot, il tiro appoggiato dolcemente al tabellone di Duncan, che durante la sua carriera ha affinato e modificato fino a renderlo un’arma letale anche per il miglior difensore al suo cospetto. Tanti, in diverse epoche, hanno provato a fermarlo: da Karl Malone, Chris Webber, Yao Ming e Kevin Garnett per poi passare a Blake Griffin, Joakim Noah, Serge Ibaka e LeBron James.
No way.
Quando raccoglieva il pallone, si girava, lo portava in alto e lo lasciava partire, nemmeno la preghiera più profonda poteva far toccare a quel pallone un altro materiale che non fosse prima il vetro del tabellone, poi il cotone della retina.
The bank is open!”, e quanti ne ha fatti ricredere di presunti difensori così…

Tim Duncan è Generazionale.
Non una, non due. Ben 3 generazioni hanno potuto osservare, chi da vicino, chi da lontano e chi dalla TV, l’evoluzione di Tim Duncan. La famiglia col nonno che porta al palazzo il figlio ed il nipote a vedere quel ragazzo di 213 cm insegnare basket in Texas è l’emblema di quello che Duncan significa per un’intero stato, più che per una franchigia. È l’unico giocatore nella storia ad aver partecipato ai playoff in ogni stagione abbia giocato, dal primo anno nella lega (dove insieme a David Robinson ha rialzato una squadra dal record di 20-62) all’ultimo, quello conclusosi con l’uscita in semifinale di Conference con i giovani rampanti di Oklahoma City, quei Thunder che hanno dimostrato di aver più benzina degli Spurs. Un Duncan rimasto in campo per tutto il 4° periodo dell’ultima partita della serie, dopo un lungo dibattito con Popovich in panchina: Timmy era a pezzi, non riusciva a star dietro agli avversari, in attacco è stato respinto più di una volta.
Ma sapeva che sarebbe stato il suo canto del cigno, ed ha voluto onorare 19 anni di carriera nei suoi ultimi 12 minuti, che non saranno di certo ricordati solo per essere stati la macabra chiusura di una carriera epocale.

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Tim Duncan è Emozionante.
Attenzione: emozionante, non emozionato. Non vi azzardate nemmeno ad accostare quella serie di lettere messe in quell’ordine a Tim Duncan.
Credo che il buon Timmy sia l’unica persona apatica a cui tutto il mondo del basket, nessuno escluso, è riuscito ad affezionarsi in maniera morbosa.
Già, tutti. Perché nessun tifoso avversario è mai riuscito ad odiare Duncan, nemmeno dopo un buzzer beater segnato contro la propria squadra appoggiandosi a quel maledetto tabellone.
È stato emozionante vederlo alzare il Larry O’Brien Trophy per 5 volte, e vederlo per 5 volte sorridere e lasciar trapassare qualche emozione dalle espressioni del suo volto. È stato emozionante vederlo vincere, vincere e vincere ancora con Tony Parker e Manu Ginobili: un ragazzo delle Isole Vergini, un francese ed un argentino vanno in Texas. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma pochi sapevano che sarebbe stato l’inizio di una Dinastia con la D maiuscola.
È stato emozionante vederlo prendere sotto la sua ala Kawhi Leonard e farlo crescere a sua immagine e somiglianza in questi ultimi anni, per renderlo un giocatore vincente con un unico verbo nella mente: lavorare, per raggiungere quell’obiettivo massimo chiamato Anello.
È stato emozionante in ogni singolo abbraccio con Pop, due esseri umani a tratti simili, a tratti inavvicinabili, ma sempre in sintonia tra loro.

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Tim Duncan è Numeri.
Piaccia o no (a lui mai piaciuti), anche i numeri debbono essere affiancati al nome dello sperone n.21.
Numeri di ogni genere: partendo dai 26.496 punti realizzati in carriera (primo Spurs di sempre), i 15.091 rimbalzi catturati per poi passare al 71%, la percentuale di vittorie dei San Antonio Spurs da quel 1997, quando draftarono Duncan con la prima scelta al Draft. Pensate: il suo plus/minus totale in carriera è di +10.000, playoff compresi. 10k, 10mila, in qualsiasi modo vogliate scriverlo fa PAURA. Rookie of the Year, 5 volte NBA Champion, 2 volte MVP della regular season e 3 volte MVP delle Finals. 15 volte All Star, un evento che non ha mai gradito più di tanto ma a cui giocoforza ha dovuto partecipare. Inserito 10 volte nel primo quintetto della lega, 8 volte nel primo quintetto difensivo e 7 nel secondo. In più, è stato parte della spedizione di Team USA che ha conquistato la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atene 2004, forse l’unico “neo” (se così vogliamo chiamare un bronzo olimpico) della sua carriera.

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Tim Duncan è Destino.
Un destino infame per un giovane Duncan, promessa del nuoto da Saint Croix. Un ragazzino che si allenava duramente a tutte le ore del giorno per diventare uno dei più forti nuotatori di sempre, ed all’inizio ci stava certamente riuscendo. Poi, il 17 e 18 Settembre 1989, il destino ha giocato un brutto scherzo all’allora 13enne di Christiansted. L’uragano Hugo, uno dei più grandi mai visti da quelle parti, rade quasi al suolo la sua città, ma soprattutto distrugge l’unica piscina di dimensioni olimpiche delle Isole Vergini, costringendo Tim ad emigrare nell’oceano per allenarsi. La cosa non convinceva più di tanto il ragazzo, che continuò sì a mantenersi allenato, ma non gareggiò più in maniera competitiva, fino a quando il suo fratellastro non lo convinse a provare il basket. Non so se dobbiamo ringraziare qualcuno ed eventualmente chi, per averci fatto pervenire Tim Duncan sulle tavole di un parquet, ma questo fu un inequivocabile segno del destino che la vita di “The Big Fundamental” avrebbe potuto essere accompagnata soltanto dalla pallacanestro.

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Tim Duncan è Amore.
Un amore spassionato, unico, irripetibile. Un amore intenso e particolare allo stesso tempo, quello che tutti noi proviamo per lui. Amore e gratitudine: per averci fatto capire che si può diventare campioni nello sport essendo un campione anche nella vita, senza lussi e vizi da superstar, senza giacche e cravatte e senza macchine da cifre a 6 zeri. Per averci fatto appassionare del suo modo di giocare, semplice ma essenziale e pungente, proprio come lui. Per averci fatto capire il suo modo di vivere la pallacanestro: una sana e continua competizione, senza mai odiare l’avversario e senza mancargli di rispetto, ma sempre con l’obiettivo di vincere, di arrivare ogni anno fino in fondo, dando anima e corpo, blood, sweat and tears, per alzare quel trofeo. Per aver fatto vivere un sogno a 3 generazioni: un sogno fatto di pallacanestro e di genuinità, di fondamentali nel basket come nella vita, un pizzico di passione, qualche appoggio al tabellone, due o tre piedi perni sulla linea di fondo e grande generosità.
Per averci lasciato un lume di speranza, in un mondo dove lo sport consegna alla gente campioni in campo e ragazzi in cerca di fama, spettacolo e divertimenti al limite fuori di esso, di vedere ancora giocatori vivere per giocare a pallacanestro, per trovare il successo sul parquet e per far emozionare noi, malati di questo sport che sa regalarci emozioni, gioie ma anche dispiaceri, come il dover lasciare andare un fenomeno.

Duncan è tutto questo. O meglio, è stato.
Tim Duncan si ritira.
Niente più tiri al tabellone, niente più scherzi in panchina con Manu e Tony, niente più siparietti con Pop. Niente più corse all’oro per gli Spurs del numero 21.
Da quest’anno, quel 21 farà compagnia a Silas, Gervin, Moore, Robinson ed Elliott, lassù, nel Mount Rushmore dei San Antonio Spurs, in esposizione in cima dell’AT&T Center a mo’ di Sacra Sindone.
Ci sentiremo tutti più vuoti: vedere gli Spurs senza il loro simbolo farà male, sarà strano ma dovremo imparare a convincerci che sarà reale.
Prima o poi sarebbe arrivato questo momento, ed un annuncio secco, senza proclami nei giorni precedenti, forse è stata la soluzione migliore e meno dolorosa.
Sicuramente è stata la soluzione più adatta a Tim Duncan.
Campione silenzioso, leader nascosto, uomo insostituibile.

Leader
Esempio
Genio
Generazionale
Emozionante
Numeri
Destino
Amore

In una sola parola: LEGGENDA.
In due: Tim Duncan.

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di Eugenio Agostinelli