La famosa e famigerata notte del Palace of Auburn Hills il 19 novembre del 2004.

Tutti sanno tutto, tutti hanno già scritto tutto e tutto è già stato visto, valutato, punito e deliberato.

Rimangono solo un paio di sensazioni postume:

L’odore animale della battaglia. La vena che si chiude e le conseguenze, per quanto anche potenzialmente disastrose, diventano in ogni caso trascurabili e insignificanti. Non sei più un milionario che offre uno spettacolo nella Lega più famosa e ricca del mondo.

Sei semplicemente un guerriero, in un’arena, sono tutti avversari, tutti nemici su cui riversare la tua rabbia. Giusto o sbagliato che sia, i tuoi colori diventano la tua armatura, fai quello che fai, colpisci chi colpisci, nel nome dei tuoi colori.

C’è una linea immaginaria che divide gli atleti dagli spettatori, una linea molto più marcata di quanto barriere di ogni tipo e consistenza possano delineare. Le solitarie invasioni di campo calcistiche lasciano il tempo che trovano, ma quando si verifica l’invasione inversa, la cosa fa molto più scalpore.

Quella volta a tirare mazzate, completamente fuori di testa, colpendo con una cattiveria inaudita, c’erano Ron Artest, Stephen Jackson, Jermaine O’Neal, Fred Jones, Jonathan Bender, Jamaal Tinsley.

Tutti protagonisti. Tutti colpevoli.

Ron Artest ha dato il via a tutto scavalcando quella linea, e continuando, perdendo la testa, assieme ai suoi compagni appena citati, innescando una cosa che è diventata uno spartiacque per la Nba e per il mondo professionistico americano.

La notte del Palace si è sedimentata nell’immaginario comune come una animalesca accozzaglia di testosterone sparso, ingiusto e impazzito, che ha reso perdenti tutti i protagonisti di questa vicenda, dal primo all’ultimo.

“Ma dù schiaffi, no?”

Disse il protagonista di un discutibile film mainstream di qualche anno fa, parlando di bambini estremamente pestiferi e viziati.

Eh va beh, cosa vuoi che siano due schiaffi?

“Bruciano gli schiaffi a chi li prende e a chi li dà” cantava una underground band quasi trent’anni fa.

Due schiaffi ti riportano con i piedi per terra, ti fanno vincere le paure, ti fanno capire certe cose e bla bla bla.

Ma se ad assestarti due schiaffi è un giocatore di basket professionista, che tu hai regolarmente e abbondantemente offeso e ingiuriato decine di volte, dopo avergli sistematicamente offeso famiglia e sistema immunitario per tutta la partita?

Se ad un certo punto te lo ritrovi di fronte, auspicabilmente più grande e grosso e adrenalinico e in forma di te, come reagisci? A che cosa pensi? Magari qualche volta gli hai anche tirato un paio di oggetti, vedendolo con quel suo fare polemico e con quei gomiti alti.

In quel momento ce l’hai proprio di fronte, e lui ha appena identificato in te il destinatario della sua cieca rabbia.

Vorresti lottare con lui in quel momento? Vorresti mettere in pratica gli eroismi a distanza che hai vomitato a voce per tutta la partita?

No, tu in quel momento vorresti solamente, con tutte le tue inutili forze, essere pigramente sul tuo divano e non un potenziale dolorante codice verde al pronto soccorso.

E dall’altra parte invece, che cosa passa per la testa di un giocatore, professionista, stipendiato, ben pagato, talvolta milionario, quando decide di superare quella linea e andare sugli spalti a cercare giustizia? Che cosa lo spinge?

Rabbia, ingiustizia, offesa, paura, dolore fisico e psicologico. E la naturale tendenza, più o meno spiccata di persona in persona, a sbroccare, a perdere di vista le proprie priorità e responsabilità.

Così accadde a Mad Max Maxwell, uno dei giocatori più entusiasmanti a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, vero protagonista della vittoria del Titolo Nba degli Houston Rockets 1994, ma ovviamente, come ampiamente rivela il nick name, MAD.

A Portland il 6 febbraio 1995, durante la partita, Mad Max si fece 10 file del Memorial Coliseum per andare a dare un cartone a un tifoso in undicesima fila, reo di aver offeso la moglie che aveva appena abortito. Pare improbabile che Maxwell abbia veramente sentito il tifoso pronunciare parole di offesa nei confronti della moglie, come pare altrettanto improbabile che il tifoso -come ha dichiarato- lo abbia solamente sbeffeggiato dicendogli che aveva segnato solo 5 punti con 4 falli. Il tutto a 10 file di distanza.

https://youtu.be/ITJQ7f9H6to

[dal minuto 1:55 parte lo show di Maxwell. Da notare come il tifoso sia Nowitzki grasso]

Come spesso (sempre?) accade, la verità è un mix di situazioni e di tendenze, il tifoso ha di certo esagerato, Mad Max ha esagerato molto di più, dato il suo status di giocatore professionista e data soprattutto la assoluta non-certezza che fosse veramente lui la persona da -eventualmente- prendere a cartoni. Fatto sta che la linea tra campo e spalti superata da Maxwell è stata la prima, a livello Nba.

Ma molto tempo prima, il pioniere di questo tipo di  scavallamenti, è stato senza dubbio l’uomo da Levittown, Pennsylvania (ormai agglomerato urbano di North Philadelphia), ovvero Earl Williams, meraviglioso rimbalzista di fortitudina e brindisina memoria, e personaggio storicamente famoso per avere un caratterino “leggermente” aggressivo.

“Right before the jump ball between us at the start of the game between Ferrara and Fortitudo, we looked at each other, and he said to me I better not touch the ball or he was going to tear my head off before I came down. This was Earl Williams, probably the most trash talking player I ever played against”

Parole di John Ebeling, una vita da giocatore in Italia e Spagna negli anni ’80 e ’90, che quel giorno si è ritrovato a saltare per la palla a due sotto minaccia di perdita della testa per mano di uno sconosciuto, universalmente riconosciuto però per la sua abilità nel marchiare le facce degli avversari con i propri gomiti.

Correva l’anno 1983.

Nel girone di semifinale di Coppa Campioni, girone di sei squadre che si affrontarono con gare di andata e ritorno, vi erano il Real Madrid e il Maccabi Tel Aviv, squadre storicamente divise da una accesa rivalità, anche e soprattutto politica e culturale, che in quegli anni sfociava molto spesso, senza censure o indignazioni mediatiche, in svastiche ed epiteti razzisti da parte dei tifosi de Los Blancos (e non solo). In mezzo all’area per il Maccabi vi era proprio l’uomo da Winston-Salem State, Earl Williams, come detto non esattamente persona accomodante e tranquilla.

In una disputa per un canestro non convalidato a Miki Berkowitz, vi furono furibonde proteste dei giocatori del Maccabi nei confronti degli arbitri, che scatenarono l’ira del pubblico che gremiva l’inospitale Fiesta Alegre Fronton, tifosi che come spesso accadeva a quei tempi soprattutto in Spagna, lanciavano di tutto sul campo. Ovviamente Williams era tra i più accesi e plateali, nella discussione con gli arbitri, anche se tutto sembrava essere bene o male sotto controllo, turbolenta ma ordinaria amministrazione.

Poi all’improvviso accadde l’impensabile. La naturale tendenza umana a sbroccare citata in precedenza, si manifestò di punto in bianco in tutta la sua veemenza.

Subito dopo aver rilanciato sugli spalti un oggetto raccolto dal campo, cosa già di per sè perlomeno inusuale, Williams viene colpito da un altro oggetto (o forse lo schiva semplicemente), e fulmineamente, senza accasciarsi a terra o fare alcuna sceneggiata, parte di corsa verso gli spalti, scavalca la ringhiera e comincia a prendere a cartoni chi gli arriva sotto tiro. Fortunatamente un suo compagno si accorge in tempo della follia di Williams, lo rincorre immediatamente sulle gradinate, lo prende di forza e letteralmente lo ributta sul campo ( con una forza inaudita!), evitando problemi peggiori per gli spettatori. Dieci secondi netti di fratellanza tra i popoli.

Sempre in maglia Maccabi ma nel terzo millennio, più precisamente nel 2014, è stato il turno di Sofoklis Schortsanitis fare visita alle terraces avversarie. Big Sofo però, con un senso di giustizia ammirevole, aveva ben presente chi andare a prendere per gonfiare di botte, scagliandosi sugli spalti del campo dell’Hapoel Tel Aviv all’inseguimento di un tifoso che, perentoriamente e vigliaccamente, se l’è data a gambe levate più veloce della luce dopo averlo offeso a ridosso del tunnel. Curiosa la sorte del primo steward che cerca di fermare la marcia di Sofoklis, una canotta arancio che nonostante tutta la sua buona volontà viene catapultato a qualche metro di distanza senza che Schortsanitis nemmeno se ne accorgesse. Sofo venne poi riportato in campo non senza fatica da un manipolo di persone tra cui Joe Ingles, mentre il tifoso in fuga era già probabilmente arrivato in Dizengoff Street.

Triste e emblematica fu infine la storia di Nate Minnoy, prospetto chicagoano di tutto rispetto, power forward esplosiva e con grandi margini di miglioramento. Minnoy nel 2005, poco dopo i fatti di Auburn Hills, durante una partita della sua Hales Franciscan High School contro Bloom High School, andò sugli spalti per affrontare il padre di uno dei giocatori di Bloom. Non vi fu nessun contatto fisico tra i due, ma il solo gesto di varcare quella famosa e famigerata linea che divide il campo dagli spalti costò due partite di squalifica a Minnoy, che a quel tempo aveva già un accordo per andare a Purdue.

Quell’episodio per lui rimase un marchio a fuoco, soprattutto con la fresca memoria di Ron Artest nelle menti di tutti, pochi mesi prima. Da quel momento in poi la immaturità cestistica di Minnoy andò di pari passo con la sua immaturità umana, dopo l’apice del suo esordio roboante nella prima partita da freshman a Purdue, 25 punti nella vittoria su Wofford nell’esordio stagionale 2005-06 (in squadra con Minnoy vi erano anche Carl Landry e uno degli oggetti di culto di chi vi scrive, Chris Lutz), ben presto infortuni e problemi disciplinari lo portarono a lasciare Purdue e a cambiare quattro college in quattro anni. Dopo Purdue si trasferì infatti a un Community College, Schoolcraft, per poi andare a Central Michigan, per poi andare a Lee, sempre trovando problemi sia fisici sia comportamentali, vedendo pian piano la propria giovane e potenziale stella affievolirsi, triste coronamento di una storia già sentita e vista centinaia di volte.

L’essenza del Nate Minnoy giocatore e del Nate Minnoy uomo è ben spiegata e riassunta nei pochi minuti del bellissimo corto delle Nike Battlegrounds di Derek Cianfrance, “The Nate Minnoy Story”, poco più di quattro minuti che fotografano alla perfezione l’ego smisurato (costruito e fomentato da una madre esigente e ingombrante) e i problemi attitudinali dell’ex giocatore di Purdue.

E il primo segnale di questa storia di disagio cestistico furono proprio quei passi attraverso il confine tra campo e spalti, solo un segnale, solo un piccolo alert dove nemmeno i due schiaffi pronosticati furono piazzati. Ma quella volta, quel confine, fu attraversato, senza mai più trovare la via del ritorno.

Una volta attraversato quel confine, quel sottile vacuo instabile e bastardo confine, non si torna più indietro.

 

“Past the point of no return…
No backward glances…
The games we’ve played till now are at an end”

Andrew Lloyd Webber

 

a cura di Daniele Vecchi