Ricordo ancora quella mattina del 6 luglio 1993. Da un paio d’anni giocavo a basket, spinto a forza dall’ortopedico che mi aveva sconsigliato il calcio per evitare futuri problemi alla schiena. I Vhs su Jordan e Magic e le narrazioni sul Dream Team olimpico lette sulla Gazzetta (abbiate pietà di me) mi avevano pian piano iniettato sotto pelle la malattia a spicchi che oggi vivo in fase acuta.

Ma torniamo all’estate del ’93. Qualche giorno prima di quel 6 luglio avevo letto da qualche parte della Germania laureatasi campionessa d’Europa. Qualcosa non mi tornava: “ma quelli forti non sono solo gli americani e gli slavi?”. Entrai in edicola con mia madre e notai, tra le tante riviste, una dal nome che mi colpì: Superbasket. Nella foto grande di copertina c’era un tale che poi seppi si chiamava Dino Meneghin, ma tra le notizie riportate in evidenza c’era quella relativa agli Europei: “Storica medaglia d’oro per la Germania”. Sfogliai il giornale e a pagina 8 campeggiava la foto di un biondone con la canotta bianca numero 7 intento a tirare un tiro libero. 3.500 lire era un prezzo tutto sommato accessibile. Comprai subito il giornale.

Fu il mio primo Superbasket, quella che divenne la mia fonte di sapere cestistico per oltre un decennio. E pian piano iniziai a ricostruire la trama di un anno, il 1993, tra i più folli della storia del basket mondiale. E quell’Europeo vinto a Monaco di Baviera dai padroni di casa ne fu l’emblema.

Nel 1993 Wunder Dirk è uno sbarbatello rinsecchito che prendeva per la prima volta la palla da basket in mano in quel Wurzburg, ma la Germania può comunque già contare su un giocatore Nba e due passatici di striscio. Detlef Schrempf è appena uscito dall’esperienza in maglia Indiana Pacers dopo una stagione che lo ha portato per la prima volta all’All Star Game ed è pronto a sbarcare a Seattle per dare una mano a Gary Payton e Shawn Kemp a dare l’assalto al trono di Sua Ariosità. Alle Olimpiadi del ’92 ha condotto la Nazionale fino ai quarti di finale del torneo viaggiando a 23 punti e 10 rimbalzi di media, ma stavolta rifiuta la chiamata di quello che da 6 anni è il coach della selezione prima della Germania Ovest e ora di quella unitaria: tale Svetislav Pesic.

schrempf

Ci sarebbe allora il buon Uwe Blab, il grande vecchio del basket teutonico dei primi anni Novanta. Dopo sei anni a sventolare asciugamani a Dallas, Oakland e San Antonio, il pivottone era tornato in Europa nel 1990 per 12 partite tutt’altro che esaltanti in quel di Napoli prima di chiudere la carriera all’Alba Berlino. Avrebbe solo 31 anni, ma anche più problemi fisici di Greg Oden e Brandon Roy messi insieme e non è entusiasta di un’avventura che in patria, senza Schrempf, molti temono come fallimentare. Pesic non lo ama particolarmente, anche perché sotto canestro il coach oggi al Bayern vuole dare fiducia al terzo “americano”, Christian Welp, 29enne plasmatosi all’università di Washington e indurito da un paio di stagioni al fianco di Charles Barkley a Philadelphia. In patria fa faville da qualche anno con la maglia del Bayer Leverkusen, ma a livello internazionale l’esperienza è vicina allo zero.

Blab, Welp e Schrempf

Un giornale tedesco, a pochi giorni dall’inizio della rassegna europea, titola che, con Schrempf e Blab fuori gioco, questa squadra dovrebbe essere orgogliosa di arrivare al quinto posto, fin lì miglior risultato della Nazionale in una competizione internazionale e posizione che varrebbe l’accesso ai Mondiali 1994. Pesic, in conferenza stampa, risponde così alla provocazione: “No no, noi vogliamo arrivare primi”.

Qualcuno suggerisce l’etilometro, altri almeno il termometro, molti prendono la cosa come un modo per caricare un team che, oggettivamente, di talento ne ha pochino. Welp ed il compagno di reparto a Leverkusen Henning Harnisch formano la coppia di lunghi titolare con alle spalle un Hansi Gnad che pure a Desio domina. Sì, ma in una A2 di fascia nemmeno troppo alta. Sugli esterni Kai Nurnberger e Michael Koch devono far girare la squadra, mentre Henrik Rodl, ala tuttofare fresca di titolo Ncaa in maglia North Carolina che l’Alba Berlino ha coperto d’oro, e il naturalizzato canadese Mike Jaeckel hanno il compito di creare dal perimetro. Insomma, non proprio un Dream Team.

Gnad

Ma che quello che si aprirà il 22 giugno sia un Europeo strano lo si era capito già da qualche tempo.

– Primo indizio: 16 aprile, il basket “ruvido” di Bozo Maljkovic e del suo Limoges sale sul trono d’Europa battendo in finale di Euroclub la Benetton di Terry Teagle e Toni Kukoc.

– Secondo indizio: 7 giugno, la Croazia, grande favorita della vigilia dopo l’argento olimpico di Barcellona, perde prima Kukoc e poi anche Drazen Petrovic. Il tragico incidente che gli toglie la vita arriva infatti a due settimane dalla palla a due di apertura della rassegna. Il diavolo di Sebenico finisce fuori strada all’altezza di Derkendorf, a meno di 200 km da quella Monaco di Baviera dove si terrà la finale della manifestazione.

– Terzo indizio: orfana di Arvydas Sabonis, la Lituania, che aveva sorpreso il mondo a Barcellona ’92 strappando coi denti la medaglia di bronzo all’odiata Russia capofila della Comunità degli Stati Indipendenti, fallisce l’accesso all’Europeo toppando clamorosamente nel gironcino di qualificazione contro Polonia e Bielorussia.

La Germania, sulla carta, si troverebbe anche la strada spianata da un sorteggio che definire favorevole è un eufemismo. Nel primo turno, infatti, le avversarie si chiamano Estonia, Belgio e Slovenia. L’esordio contro i baltici dovrebbe essere una passeggiata per gli armadi teutonici. E invece il trentello di Aivar Kuusmaa, guardia che qualche anno dopo Rodl si ritroverà come compagno di squadra al Panathinaikos, trascina i suoi ad un roboante 113-103. “Le urla di Pesic in spogliatoio a fine partita si sentivano dal mio ufficio a 50 metri di distanza”, ricorda Florian Wanninger, dirigente Fiba oggi come allora.

La strigliata serve ai tedeschi per scuotersi ed agguantare la qualificazione alla seconda fase con le agevoli vittorie su Belgio e Slovenia, mentre l’Italia, vicecampionessa in carica ma in pieno ricambio generazionale, annaspa passando il turno per il rotto della cuffia battendo solo Israele e finendo sotto contro Grecia e Lettonia. Welp, go-to-guy designato, fatica tremendamente. Ne mette 23 all’esordio contro l’Estonia, ma nelle quattro successive esibizioni fa più schifo del sorriso di Vladimir Stimac: appena 2,0 punti ad allacciata di scarpe. Le sconfitte contro le talentuose Francia e Croazia in apertura di seconda fase spingono la Germania sull’orlo del baratro vicino all’Italia, che dopo il ko contro la Spagna e la vittoria risicata sulla Bosnia è anch’essa alla gara da dentro o fuori.

A volte, però, il destino ti guarda in faccia sapendo benissimo dove vuole portarti. La Germania si gioca tutto contro la Turchia: chi vince passa come quarta nel girone. Con le spalle al muro, si erge a leader proprio Christian Welp, che con 15 punti spinge i suoi al successo che vale la qualificazione. L’Italia non è così fortunata: il baffone di Sergei Bazarevich e quel talento sprecato di Andrej Fetisov massacrano gli Azzurri di un acerbo Carlton Myers e di un evanescente Stefano Rusconi e rispediscono in patria il team di coach Messina tra polemiche furibonde.

rossini myers

In sordina, invece, la Germania c’è.  Ora però si fa sul serio, all’Olympiahalle c’è da sfidare la Spagna di Alberto Herreros, Rafa Jofresa e Jordi Villacampa, fin lì praticamente perfetta. È una battaglia in campo, gli iberici provano a scappare più volte ma le triple di Koch e Nurnberger e un Welp finalmente inarrestabile sotto canestro (23 punti e 16 rimbalzi) portano i teutonici fino al supplementare. A mettere il sigillo sulla vittoria è proprio il pivot, che segna il canestro decisivo a 2” dalla sirena contro una Spagna che spreca occasioni su occasioni. La Germania, contro ogni pronostico, è in semifinale e ha già scavalcato il più ottimistico dei pronostici.

Sulla strada verso una finale che avrebbe dell’incredibile c’è la Grecia del guerriero Panagiotis Yannakis, di Teofanis Christodoulou e di Panagiotis Fassoulas. Ancora un duello all’ultimo sangue e ancora Welp, con l’aiuto prezioso di Gnad, a martellare gli ellenici con i canestri decisivi quando la palla pesa. L’incredibile si è materializzato: la Germania è in finale!

welp

Tra la banda di Pesic e l’oro c’è la nuova Russia, alla prima competizione internazionale dopo lo smembramento dell’Urss. I talenti di Bazarevich e Fetisov, di Babkov e Karasev, che avevano rispedito al mittente la Croazia di Dino Radja e Velimir Perasovic, sembrano davvero troppo anche per i padroni di casa ormai in missione. Ma la spinta dei 14 mila del palazzo di Monaco carica i tedeschi fino all’ennesimo arrivo in volata.

68-68, 27” per decidere chi sarà il successore della Jugoslavia che ormai non esiste più. Jaeckel penetra a sinistra, la difesa russa lo contiene bene ma la guardia teutonica tenta comunque un improbabile arresto e tiro dai 4 metri che scheggia appena il ferro. Pesic ordina il fallo ai suoi per avere in mano l’ultima azione. In lunetta va Babkov, che con 18” da giocare fa 2/2. 70-68, la Russia ha mezza medaglia d’oro al collo. L’ultima azione se la gioca il leader designato, Nurnberger. Bazarevich lo manda a sinistra, il play in canotta bianca attacca senza remore ma quando arriva nel cuore dell’area ad aspettarlo c’è il raddoppio di Mikhailov. Che però fa un errore clamoroso: lasciare completamente libero l’uomo dell’ultimo secondo, Welp, a un metro da canestro. Nurnberger è sveglio quanto basta da servire l’assist al suo centro, che deve solo insaccare la palla del pareggio. Mikhailov prova un disperato quanto maldestro recupero, che però non solo non stoppa la comoda bimane di Welp, ma ci aggiunge anche un fallo per il potenziale gioco da tre punti che vale un Europeo. Visto al replay, il contatto è veniale, ma la scelta del lungo russo rimane discutibile. L’ex 76ers realizza il libero aggiuntivo, punto numero 18 della sua ennesima straordinaria partita, ma lascia comunque 3” alle speranze degli ex sovietici. Babkov taglia il campo più veloce che può, si arresta alla disperata da oltre 10 metri completamente fuori equilibrio e cerca una tripla che avrebbe del miracoloso. La preghiera non viene accolta, la Germania è campionessa d’Europa.

“Germania campionessa d’Europa di basket con Welp Mvp? Manca solo che si ritiri Jordan…”

Succederà anche quello, qualche mese dopo, nell’anno più pazzo della storia del basket.

christian-welp-lebt-in-einem-vorort-von-seattle-arbeitet-in-einem-baustoffhandel-und-ist-froh-moeglichst-wenig-ueber-sich-und-seine-familie-in-der-zeitung-lesen