Chissà come avrebbero vissuto se fossero nati in diversi momenti della storia umana: creduti semidei e quindi idolatrati? Ripudiati dalla civiltà come creature mostruose? Costretti a una vita di nomadismo, ingaggiati come piatto forte dal circo itinerante di turno?

Sappiamo cosa nè è stato, in compenso, di questo poker di grattacieli umani, che ai giorni nostri si è legato a doppio filo con il nostro sport preferito.

Partiamo per un viaggio rigorosamente tutto ad alta quota, sorvolando 3 continenti, a loro modo tutti necessari per narrare in modo esauriente le eccezionali vite di questo poderoso quartetto di titani.

Persone con cui la genetica ha voluto giocare, dosando con troppa generosità alcuni degli ingredienti necessari per cucinare un uomo e, forse, finendo per renderli prigionieri dei loro scheletri bislunghi, da abbigliare con abiti cuciti ad hoc e scarpe con misure affini a quelle dei pagliacci.

Regalo provvidenziale o punizione demoniaca, come definire quindi la loro condizione fisica? The bigger è davvero the better? Scopriamolo, cercando di non guardare mai di sotto.

Iniziamo imbarcandoci in un volo direzione Cluj, Romania.

 

Gheorge Muresan  7 feet 7 inches (2.31 m)

Li avete presente i grizzly, sì? Lasciate stare per un attimo Memphis e Vancouver, concentratevi sull’animale in sè. Bestioni lunghi un paio di metri ripieni con un quintale e mezzo di aggressività, che magari non sono più intelligenti dell’orso medio come Yogi, ma di sicuro compensano con una maggiore capacità di farsi rispettare nel loro circondario.

Viscidi, viscidissimi orsi.

Viscidi, viscidissimi orsi.

Ora immaginate di passeggiare in uno zoo di Washington in compagnia della vostra dolce metà, ed ecco vi trovate uno di questi deliziosi animali di fronte, solo una gabbia a separarvi.
A un certo punto il grizzly vi nota e, con un profondo senso di riverenza e timore nei vostri confronti, decide di rincasare nella tana, che tanto fuori fa freddo e poi tra poco in TV danno Napo Orso Capo.

L’ungulato prova a rimettere timidamente il muso di fuori, salvo rientrare lesto quando vede che siete ancora lì; non riuscite a darvi una spiegazione precisa, ma avete come l’impressione che questo fenomeno sia collegato al vostro essere alti 231 centimetri più le scarpe.

A day in the life, Gheorghe “Ghita” Muresan.

Misura esattamente 2 bambini che sprizzano 1995 da tutti i pori, uno sulle spalle dell'altro.

Misura esattamente 2 bambini che sprizzano 1995 da tutti i pori, uno sulle spalle dell’altro.

Il destino del giocatore più alto ad aver giocato una partita ufficiale in NBA prende una strada ben distinta nel 1977, mentre lui è un bambino di appena 6 anni, ovvero quando la ghiandola pituitaria albergante nel suo cervello inizia a secernere una quantità sregolata di ormoni della crescita.

Tu chiamalo, se vuoi, gigantismo.

A 10 primavere compiute riesce a squadrare già il resto della famiglia dall’alto verso il basso, da quattordicenne nulla gli impedirebbe guardare diretto negli occhi la prima scelta assoluta del draft di quel periodo, il non proprio minuscolo Pat Ewing.

E capirai.

E capirai.

Muresan assaggia per la prima volta il basket dei più grandi proprio in quel periodo, quando la TV lo rapisce mostrandogli l’All-Star Game del 1986, e amore a prima vista è.
Thomas da una parte, Jabbar dall’altra, Ghita è estasiato, vuole essere invitato anche lui a quella festa.

Sulle orme di Ernie Grunfeld, primo giocatore di origini rumene a essere ingaggiato in NBA, Gheorghe si fa strada a larghe falcate, che lo portano poi nel 1991 ad abbandonare il lavoro in un centro di macellazione per animali, per trasferirsi dalla nativa  Tritenii de Jos al capoluogo Cluj-Napoca, dove conquisterà l’anno seguente il primo storico titolo nazionale con la squadra locale, l’U-BT.

Mentre le toste giornate di Muresan passavano così, tra un bel tiro a canestro e un film di Sergiu Nicolaescu, la Romania stava cambiando volto. Con un regime dittatoriale in meno e un clima più disteso verso Ovest rispetto alle prime scorribande baskettare, il nostro eroe espatria in Francia al Pau Orthez. La compagine d’oltralpe, campione uscente, è costretta però a soccombere in finale al Limoges, che si prende la rivincita dell’annata precedente.

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Per Ghita è comunque una vittoria: le sue prestazioni e nondimeno la sua imponente mole convincono i Washington Bullets a ingaggiarlo nel draft 1993 con la chiamata numero 30.

Dopo un’annata d’esordio alquanto interlocutoria, con appena l’utilizzo medio di un quarto di gioco, all’US Airways Arena iniziano ad accorgersi che il loro Sophomore arrivato dalla Transilvania fa sul serio. Il record di squadra è rovinoso (21-61), ma c’è ottimismo.

 

Un rapidissimo ritorno a Pau fino ai primi giorni di Ottobre del 1995, per poi riuscire finalmente a esprimere il suo pieno potenziale in quella che è stata hands down la sua migliore annata sportiva: Washington drafta Rasheed Wallace, che insieme ad altri giovani di talento come Chris Webber, Juwan Howard e ovviamente Muresan formano un frontcourt a dir poco sontuoso.

Gheorghe è a tratti dominante: chiude con una media di più di 14 punti e quasi la doppia cifra di rimbalzi, un balzo di qualità che gli varrà il premio Most Improved Player.

Su tutte spicca la prestazione (pur terminata con una sconfitta in rimonta) contro i Bulls del 72-10: 27 punti con appena 4 errori, 11 carambole e 4 stoppate. Imperioso.

In quel periodo conquista anche il record di persona cui è stato chiesto più volte “Come sei alto, giochi a basket?”

In quel periodo conquista anche il record di persona cui è stato chiesto più volte “Come sei alto, giochi a basket?”

La tegola di un C-Webb continuamente martoriato dagli infortuni (riuscirà a giocare appena 15 incontri) è sufficiente però perché Washington si veda ancora fuori dai playoff, nonostante anche un Howard da terzo quintetto NBA.

Eliminatorie che verranno raggiunte però durante l’anno dopo con un incoraggiante record di 44-38, con il seed n.8 che in quegli anni significa Bulls al primo turno. Sweep e tutti a casa, nonostante una gara 3 all’ultimo respiro persa con una scellerata difesa su Pippen nel finale.

La popolarità di Gheorghe in compenso aumenta e sfocia ben oltre le imprese sul parquet, al punto da fruttargli un ruolo da attore principale a fianco di Billy Crystal, nella parte di [SPOILER] un individuo di considerevole statura che vive in Romania (una parte perfezionata grazie ad anni di convivenza con sé stesso) [/SPOILER] nel non memorabile My Giant, girato durante l’estate del 1997.
Proprio mentre è impegnato nelle riprese Muresan rimedia un infortunio alla caviglia destra che non dovrebbe portare conseguenze serie a un cestista ordinario, ma che sul suo corpo enorme e allo stesso tempo dal delicato equilibrio significa praticamente la conclusione della sua attività agonistica. Il tutto, col senno di poi, per aver preso parte a un film che ha scontentato tutti.

Totally worth it.

Totally worth it.

Ghita assiste alla stagione dei Bullets come spettatore d’eccezione, anche se non mancano voci che lo vogliano ormai interessato più alle sirene di Hollywood che ai palazzetti.

La franchigia capitolina, non esattamente entusiasta di aver arricchito Muresan di quasi 2 milioni di dollari per vederlo sedere sempre in abiti borghesi, decide di non rinnovare il suo contratto in scadenza a fine stagione.

Lo si rivede arruolato nelle file dei Nets solo durante l’ultima gara nella stagione del lockout 1998/99, entrato in campo appena un singolo minuto. La mesta conclusione dell’esperienza di Muresan nell’Olimpo del basket avviene sempre a New Jersey l’annata successiva, timbrando presenza 30 volte ma con un impatto ormai ridotto prossimo allo zero.

Si ritira con il vanto di aver chiuso con la migliore percentuale dal campo nella Lega per un paio di stagioni, merito di mani educate (in rapporto alle considerevoli dimensioni delle stesse) e di conclusioni quasi sempre da distanza ravvicinata.

[E di gambe rubate al ballo!]

Muresan appende gli scarponi al chiodo dopo un’altra annata a Pau (in una squadretta che annovera Florent e Mickael Pietrus, oltre al neoarrivato Boris Diaw), che stavolta festeggia con lo scudetto.

Muresan si trasferisce con moglie e figli a Washington, e in realtà il pallone non lo molla tanto facilmente: visto anche a Treviso in occasione del rinomato summer camp Basketball Without Borders nel 2004, lo stesso anno in cui Big Ghita fonda l’autoreferenziale Giant Basketball Academy, con l’intento di far innamorare di questo magico sport quanti più bambini possibile.

Da Hollywood più nessuna chiamata, Gheorghe compare giusto in qualche spot pubblicitario e in un video musicale di Eminem.

La mano sinistra di Gheorghe ha visto giorni migliori.

La mano sinistra di Gheorghe ha visto giorni migliori.

Gheorghe si iscrive ancora al Guinness dei primati con 46 primavere sulle spalle, in occasione di una comparsata a gettone come starter nel quintetto più alto di sempre. Una carnevalata, questa, partorita dalla squadra ABA dei Maryland Nighthawks a Marzo 2007 (la lega permette l’utilizzo di un undicesimo uomo, una sorta di wild card destinata a personalità non necessariamente orbitanti attorno al pianeta cestistico).
L’unico reperto rimasto in rete di questo surreale incontro è un video delle azioni finali, ironicamente circensi almeno quanto l’idea di aggregare questi 5 giraffoni:

“Chi marcavi?”

“Quello alto.”

“…”

Lo rivedremo presto Gheorghe, non più tardi di una decina di mesi da ora, presenza imprescindibile quando la sua Romania ospiterà parte della fase a gironi di EuroBasket 2017.

Intanto si sta facendo le ossa George, il diciottenne primogenito, attualmente promettente ala per il college di Georgetown. Visto che ve lo state chiedendo, sono 2.07 metri per lui.

E' ancora piccolo, ma crescerà.

E’ ancora piccolo, ma crescerà.

 

Manute Bol – 7 feet 6 34 inches (2.305 m)

“Il pigiama a righe di Manute Bol ha una sola riga”.
“Manute Bol non si trasferisce con il resto della squadra, viene inviato via fax”.

Questo è il genere di freddure cui si va incontro quando su 2 metri e 30 abbondanti si spalmano solo la miseria di 80kg.

Nasce nel 1962 a Turalei, nel ridondante Sudan del Sud, Manute Bol. Manute, ossia “benedizione speciale”.
Appartenente all’etnia Dinka, il sangue in circolo è cugino buono di quello degli altissimi Watussi di cui il classico di Edoardo Vianello, così in famiglia Manute si ritrova a torreggiare sul non meno gigantesco resto del nucleo familiare, i cui appartenenti sono tutti misurati ampiamente sopra la seconda centinaia di centimetri.

Impegnato sin da tenera età in attività sportive “atipiche” come la caccia al leone (parola sua, ne infilzò almeno un esemplare con una lancia quando era appena dodicenne) e destinato a una vista da allevatore di vacche sulle orme paterne, il percorso di Bol si riscrive quando ha spento già venti candeline. Il lungagnone viene addocchiato e condotto negli States da Don Feeley, alla ricerca di talenti nella nazionale del Sudan mentre lavora come coach per i Knights dell’università di Fairleigh Dickinson.

Manute ha scoperto l’esistenza del pallone a spicchi a 15 anni grazie a un cugino (e il numero di denti caduti sul campo a causa del primo goffo tentativo di schiacciata è oggetto di leggenda, si spazia da appena un paio a più di una dozzina), ma non si lascia scappare l’opportunità.

Benché ancora molto giovane, i lettori più esperti riusciranno a riconoscerlo pure in questa foto.

Benché ancora molto giovane, i lettori più esperti riusciranno a riconoscerlo pure in questa foto.

Senza lasciarsi mai scoraggiare, il nostro si applica anche fuori dal campo, sfruttando le opportunità oltreoceano per alfabetizzarsi del tutto, ricevere finalmente un’istruzione degna di tale nome,  apprendendo un livello basico di inglese (inizialmente non abbastanza da poter soddisfare i requisiti per scendere in campo, nuovamente agli ordini di Feeley, per Cleveland State la stagione successiva) e di lì a poco padroneggia anche l’antica arte del trash talking.

Manute migliora costantemente e si considera pronto al grande salto, tanto che al draft del 1983 sono gli allora San Diego Clippers ad aggiudicarselo (pur con una bassissima scelta, la 97), prima che la Lega blocchi il passaggio, considerandolo ancora ineleggibile.

Questo porta Bol a militare nella ben meno prestigiosa Division II del college basket, rappresentando l’università di Bridgeport, dove può fare la voce grossa aggregando numeri folli, con un ventello abbondante di punti e 7 stoppate a uscita, diventando al contempo una vera e propria attrazione.

Manute accetta di bruciare le tappe, rinunciando a ulteriori anni di college, il tutto pur di portare prima possibile denaro a sostegno della travagliata causa sudaniana, in particolare del movimento che nel meridione lotta per separarsi dal resto della nazione, controllata da un regime islamico-militare.

E’ il 1985 e questa volta arriva la chiamata di Washington con il numero 31, che si aggiudica un Bol stavolta più maturo (ma non ancora abbastanza, secondo molti analisti) e “ingrassato” fino a ben 92kg (i pigiami divengono ad almeno 3 righe, ci si azzarda a stimare). Debutta finalmente in NBA il primo cestista a essere nato in Africa.

Manute si occupa da subito di precludere agli avversari la visione di quello stesso sole che da sempre tormenta i terreni del Sudan durante gli aridissimi inverni. E ci riesce egregiamente da subito, arrivando a respingere la bellezza di 5 arance a partita durante il primo anno di NBA (quasi 6 durante i playoff), primeggiando nel fondamentale in tutta la Lega e stabilendo il record assoluto per un rookie.

Diventa per tutti il Sudanese Swatter, lo schiaffeggiatore sudanese, capace di spalmare palloni come fossero mosche grazie alle manone poste al termine di spaghetti neri kilometrici. Anche soluzioni di tiro apparentemente instoppabili come fadeaway e skyhook finiscono per capitolare: Bird, Jabbar, Jordan, nessuno è più al sicuro.

[La silhouette di uno stuzzicadenti ma anche 2.60 (!) metri di apertura alare. Avanti, chi è il prossimo?]

L’impatto offensivo è però modesto, a voler essere gentili: Manute è un centro troppo gracile per farsi rispettare sotto le plance e debolissimo per sperare di smuovere i colossi con cui è costretto a duellare.
Preso atto dei limiti in prossimità di canestro, nasce la pazza idea di trasformare quel lungo scheletrico nel tiratore dalla lunga distanza più inverosimile della storia del gioco.

E’ la stagione 1988/89, Bol si è appena trasferito ai Golden State Warriors (affiancato, tra gli altri, all’ormai decadente ex Twin Tower Ralph Sampson) e coach Don Nelson riceve questa illuminazione.

Steph (o, per meglio dire, Dell) Curry scansati, quindi? Non proprio. I suoi numeri come cecchino, difatti, non sono galantuomini (leggasi 22% di successi).

Per nulla impaurito dalla mira imperfetta, Manute continua a mantenere il vizietto del tiro da 3 anche quando dopo un paio di annate cambia maglia nuovamente, indossando stavolta quella dei 76ers, dove diventa un bersaglio sin troppo semplice per le smargiassate di Charles Barkley.

Un loro reale scambio tipico di battute: "Hey Bol, scommetto che quel leone era già vecchio e morente" "Fuck you, Barkley!"

Un loro reale scambio tipico di battute:
“Hey Bol, scommetto che quel leone era già vecchio e morente”
“Fuck you, Barkley!”

Considerato però che il basket è uno sport meraviglioso, non chiediamoci come ma Manute nel 1993, dopo che a Phila ha realizzato solamente un paio di triple in 31 tentativi, riesce a piazzare un folle 6 su 12 da oltre la linea, prestazione balistica concentrata nella seconda metà di una partita proprio contro quei Phoenix dove si è accasato Sir Charles (anche se sono i Suns a ottenere la W e Doug Moe, coach di Philly, nonostante la magata tattica viene esonerato qualche giorno dopo).

[NBA Jam: Real Life Edition]

Un exploit che funge pure come una sorta di canto del cigno, poco prima di continui traslochi nel ’93/’94 (Miami, poi di nuovo un paio di partite a Washington affiancato a Muresan – vedi sopra -, quindi qualche scampolo ancora a Philadelphia in compagnia di Bradley – vedi sotto -) e la calata di sipario con qualche apparizione nei Warriors durante la stagione successiva, senza arrivare sano neppure a Dicembre.

La struttura fisica inadeguata conduce inevitabilmente anche a una lista interminabile di infortuni più o meno seri; i Bucks sono disposti a firmarlo, ma il ginocchio destro non regge più.

Negli anni da pro non viene lasciato letteralmente nulla di intentato nel vano tentativo di fare aumentare di volume l’esile Manute: dalle diete di 6.000 calorie giornaliere durante il periodo di pausa estiva all’estremo esperimento da parte dei 76ers di fargli ingurgitare ettolitri di birra pur di fargli guadagnare peso. Un tentativo, quest’ultimo, che si è tradotto con il tanto prevedibile quanto tragicomico effetto collaterale di rendere Bol un alcolista sempre più irreversibile, un vizio dal quale non riesce mai a separarsi definitivamente.

 Per farlo ingrassare con successo si stima sarebbero servite almeno 3,75 nonne italiane.


Per farlo ingrassare con successo si stima sarebbero servite almeno 3,75 nonne italiane.

Si ritira dall’NBA con un irreale media di una stoppata ogni 5 minuti e mezzo giocati (al fenomenale Dikembe Mutombo ne sono occorsi esattamente il doppio per rifilare ogni chiodo, tanto basti sapere per rendersi conto della straordinarietà del numero) e 8.6 ogni proiettati sui 48 minuti, nessuno gli si avvicina neppure.

Dall’altra parte dell’arcobaleno una media punti stagionale incapace di raggiungere mai neppure quota 7, con percentuali rovinose al tiro per un centro della sua statura.

Quasi 500 blocks in più rispetto ai punti messi a referto, con questo primato viene mandata agli archivi una storia di basket a suo modo irripetibile, una risata in faccia alle convenzioni e alle statistiche.

Segue la CBA in Florida, un mordi e fuggi in terra forlivese, addirittura un viaggio nel campionato qatariota, dove i reumatismi attaccano i suoi i polsi e lo costringono ad abbandonare definitivamente.

Facendo un negativo dell'immagine si ottiene lo Slender con la seconda divisa dei Sixers.

Facendo un negativo dell’immagine si ottiene lo Slender con la seconda divisa dei Sixers.

Se volete un racconto romanzato di un diamante grezzo, quello che arriva dall’Africa nera con un’idea vaga della pallacanestro e finisce per ottenere la cattedra nei fondamentali sotto canestro allora citofonate (H)Akeem. Se cercate invece un 2.30 capace di danzare con grazia nel pitturato c’è una pletora di video con gli highlight di Yao ad attendervi. Ma considerato che siete arrivati fino a qui è possibile che questo genere di storie non vi interessi, non adesso.

Il Manute che diventa un beniamino dei fan è lo stesso che dal 1991 vede accrescere costantemente il suo impegno per difendere la popolazione del Sudan meridionale, territorio considerato dalla fine della prima guerra civile nel 1973 fino al 1982 una regione autonoma a maggioranza cristiana, per poi essere attaccato dal crescente movimento fondamentalista islamico in un nuovo conflitto intestino, che porta con sé almeno un paio di milioni di vite umane.

Bol si schiera, come detto, da subito pro Esercito di Liberazione del Popolo di Sudan, nella speranza che questo movimento ribelle porti una rinnovata indipendenza per il suo popolo.

Manute stesso visita il Sudan in più di un occasione e si occupa di filmare personalmente gli orrori in atto, al fine di sensibilizzare anche gli States alla causa. Si spinge fino al Pentagono, dove i suoi avvertimenti inascoltati sul pericolo creato nella nazione africana da un esule arabo, Osama Bin Laden, si rivelano solo una tetra profezia degna di Cassandra.

“Ma chi? Questo? Oh Manute, tu e le tue fantasie!”

“Ma chi? Questo? Oh Manute, tu e le tue fantasie!”

Dal 1997 Manute torna anche a viverci nella sua terra nativa, dove stima di aver perso almeno 250 parenti durante questa guerra civile. Con gran parte dei salari destinati ad attività di beneficenza per la popolazione sudanese e un’altra percentuale scialacquata tra una Heineken e una scommessa, il residuo di tanti dollari incassati sul parquet è più striminzito di quanto si possa immaginare.

L’arricchimento culturale, unito a una generosità che sembra ignorare confini, si rivela necessario ancor più dei liquidi, perché Manute Bol in Sudan ci rientra sì in Sudan, ma nella parte nord, intenzionato a svolgere ruolo di mediazione con la fazione musulmana. Ritrovatosi tradito dal suo stesso governo e in uno status non dissimile da quello di un carcerato, riesce a prendere il volo per gli USA solo dopo che alcuni giornalisti iniziano a prendere a cuore il suo caso.

Manute continua negli States a sfruttare qualsiasi occasione per fare leva sulla sua popolarità al fine di supportare la causa.

Qualunque.

Qualunque.

Ormai quarantenne, Bol arriva al punto di stringere i guantoni da pugile per affrontare la leggenda dell’NFL William Perry (che, al contrario dell’ancora filiforme Manute, si presenta sovrappeso e con la mobilità di una roccia sedimentaria) all’interno del poco fortunato format Celebrity Boxing della FOX .

[Un paio di persone di normali dimensioni, volendo fare una media.]

Lo spettacolo che deriva da questa infelice scazzottata tra ex atleti giova agli occhi quanto uno shot di vodka; per onor di cronaca Bol trionfa alla terza ripresa, riuscendo nel nobile intento di finanziare con la borsa in palio (30.000 presidenti morti) ulteriori opere di carità verso i suoi connazionali.

Non avesse ancora tribolato abbastanza, l’ex centrone africano finisce vittima di un collo fratturato e altri gravi lesioni a seguito di un incidente a bordo di un taxi, in cui il conducente ubriaco resta ucciso. Solo il provvidenziale aiuto dell’ex compagno e amico fraterno Chris Mullin gli garantisce la copertura per le cure necessarie.

Un uomo in missione Manute, ridotto in breve tempo povero e seriamente debilitato, ma altresì pronto a spendere tutte le forze residue alberganti in quel corpo malconcio di neppure 48 anni, continuando a supportare la candidatura di Salva Kiir Mayardit come vice presidente del Paese, per mirare l’indipendenza del Sudan del Sud.

Bol ci lascia il 29 Giugno del 2010 per malfunzioni dei reni culminati in una sindrome di Stevens-Johnson, contratta proprio in patria. Raccontano di averlo sentito pronunciare nel letto d’ospedale, conscio che la fine stesse arrivando, “I did it, I did it”, alzando orgogliosamente il pugno. Eccome se ce l’ha fatta.

[Tra l’altro, se oggi vi state godendo Luol Deng indovinate chi dovete ringraziare?]

Già, perché se la vita di Manute fosse un film, proprio adesso una musica tribale accompagnerebbe un primo piano della sua lapide, sita proprio nel cimitero di quella Turalei dove questo splendido percorso si è avviato quasi mezzo secolo prima.
E in chiusura un semplice testo bianco a sfondo nero, che ci informerebbe di come Mayardit sia divenuto poi il presidente della nazione ad Aprile di quello stesso 2010, riuscendo a completare il disegno di rendere uno stato autonomo il Sudan del Sud già nell’anno successivo tramite referendum.

Smisurato dentro e fuori il palazzetto, ispirazione per migliaia di persone, Manute Bol ha lasciato al pianeta la sua eredità in varie forme, difendendo le sue idee con la stessa efficacia con cui ha sempre protetto il canestro della propria squadra.

Purtroppo il legame tra i Bol e il basket sembra invece essere giunto a capolinea, o forse…

 

 

Shawn Bradley, 7 ft 6 in (2.29 m)

Riuscite a credere che l’unico giocatore ad avere subito peggioramenti impercettibili quando è stato privato del talento da parte dei Monstars, quel pennellone rosso sovrastato spesso e volentieri da avversari molto più bassi, era considerato all’inizio dei ’90s come la next big thing del nostro amato sport?

[Shawn, rivedere questo fa (quasi) male più a me che a te.]

Si è trattato di un’allucinazione collettiva o effettivamente Shawn Bradley aveva tutte le carte in regola per dominare i tabelloni?

Reiner e Teresa Bradley (2.06 circa lui, sopra i 2 metri pure lei) ricevono in dono Shawn nel 1972, mentre il padre presta servizio all’esercito USA nella base militare sita nella cittadina tedesca di Landstuhl, nell’allora Germania Ovest.

L’anno dopo la famiglia si trasferisce nello Utah con il loro (per non molto ancora) piccolo primogenito, in un ranch sperduto a 3 ore di auto da Salt Lake City. Shawn mostra sin da bambino, oltre a dimensioni corporee spropositate (arriva all’età del motorino alto quanto l’attuale Kevin Garnett), una predisposizione naturale per gli sport, sia esso il baseball o lo sci o, soprattutto, il basket.

Papà Reiner, con un passato da pivot anch’esso, impone una rigida disciplina sportiva al figlio, accompagnadola a una non meno passionata istruzione nel seguire la religione mormone. I risultati che ne conseguno non sono casuali: indubbiamente essere un sedicenne di 2.29 semplifica la vita in un torneo di High School, però in Shawn c’è di più, sembra una guardia incastrata nello stuzzicadente più grande del mondo.

Bradley è clamorosamente atletico rispetto alla taglia, corre tanto e inoltre è dotato di polpastrelli di una certa sensibilità.

Non c’è da sorprendersi che tale regno del terrore alberghi in una scuola affiliata al mormonismo, la vicina Emery. In 4 anni il nostro porta un paio di titoli dello Stato, con medie di 20+11.5+5 stoppate e, tanto per gradire, un record di 68-4 con lui in campo. Per 43 volte di fila chi entrava nel palazzetto di Bradley è tornato a casa con le pive nel sacco.

L’iconico coach del College Basket Rick Majerus, già da qualche anno sulla panchina degli Utah Utes, farebbe carte false per trasformare Shawn in un’arma cestistica definitiva.

Ma l’Enormous Mormon, adamantino nel suo credo, prosegue la sua vita scolastica approdando alla Brigham Young University, istituto neanche a dirlo mormone.

Qui siamo a un vero e proprio bivio degno di Sliding Doors: non tanto per differenze di prestigio tra una scuola e l’altra, quanto perché la forte fede di Shawn lo spinge a mollare dopo un anno l’università e nondimeno il basket, dopo l’ennesima stagione costellata da grandi numeri e onori individuali.

Dove va? Shawn dai 19 ai 21 anni compie la sua Mormon Mission, spargendo il verbo della chiesa di Joseph Smith in Australia. Per 24 mesi non è più il più promettente prospetto del  basket professionistico, diventa invece un volontario religioso che si allena poco, non gioca una singola partita ufficiale, e si  nutre ancora peggio. Quelle mani così capaci di tirare, arpionare e bloccare palloni si dedicano invece al suono di campanelli alla ricerca di nuovi adepti.

Nell'anno da sophomore Shawn vanta 27 conversioni, superato il primato di Giuseppe di Arimatea che resisteva da 1.947 stagioni.

Nell’anno da sophomore Shawn vanta 27 conversioni, superato il primato di Giuseppe di Arimatea che resisteva da 1.947 stagioni.

Prima di questo cambio radicale di vita Bradley veniva considerato un investimento sicuro, futuro ciclone capace di riscrivere parecchi equilibri all’interno dell’NBA, ma questa pausa dall’agonismo in un’età tanto cruciale, quando atleti coetanei si disperano per pause anche di una sola settimana, trasforma qualcuno di quegli elogi in perplessità.

In questo clima di incertezza, ecco che al draft del 1993, quando Shawn è rientrato da poco dalla terra dei canguri, l’owner dei Philadelphia 76ers Harold Katz taglia la testa al toro e spende per lui addirittura la seconda scelta assoluta, inframezzo tra Chris Webber e Anfernee Hardaway.

Come se la puntata non fosse di per sé abbastanza pericolosa, la chiamata si traduce anche in un contratto principesco, con cifre giudicate eccessive già ai tempi ma che riviste oggi sono oggettivamente folli: Bradley si lega alla città dell’amore fraterno per 8 anni, ricevendo in cambio qualcosa come 44 milioni di dollari.

Per fare un raffronto, Shaq come matricola appena l’anno prima firma per i Magic un 35×7; inutile accanirsi ulteriormente.

[Video inserito con il preciso intento di accanirsi ulteriormente.]

229 centimetri gli separano la punta dei capelli dal suolo quando approda in NBA, non ha il fisico da spaventapasseri Manute Bol-style ma è comunque molto magro, appena 105kg.

L’anno da debuttante non lo vede come un giocatore fatto e finito, ma lo si può considerare interessante se visto in prospettiva: doppia cifra in punti, 6 rimbalzi e 3 stoppate a uscita, con un posto nel secondo quintetto dei rookie. Numeri che effettivamente ricevono un graduale incremento nella stagione a seguire, ma la dirigenza (e il pubblico, che lo appella acidamente Missionary Impossible) Sixers si spazientisce e decide di cederlo a Dicembre 1995 ai Nets, sostanzialmente in cambio di un usato garantito come Derrick Coleman (garantito fino a un certo punto, visto che quell’anno riesce a giocare solo 11 partite).

Un 7'6 con la maglia 76 nei 76ers: Half Life 3 confermato.

Un 7’6 con la maglia 76 nei 76ers: Half Life 3 confermato.

Come prevedibile, anche per Shawn viene programmato uno stile di vita finalizzato al guadagno di massa: al contrario del collega sudanese, le diete a 8 pasti con un apporto calorico giornaliero di 7.000 calorie sortiscono decisamente effetto. Pur senza diventare necessariamente un Ken Waller versione 7 piedi e rotti, gli arti vanno rimpolpandosi e l’ago della bilancia arriva stabilmente su un più convincente 125. Il vento inizia a soffiare dalla sua parte.

Mangia che devi farti grande.

Mangia che devi farti grande.

Anche ai Nets le cifre rimangono in linea con quelle registrate a Philly, si continuano a vedere saltuarie pennellate della sua classe, ma lo Stormin’ Mormon è, come dire, soft. Segna, afferra rimbalzi e stoppa (oh, eccome se stoppa, arriva a 4 muri per partita), quello sì, ma troppe volte viene sopraffatto da piccoletti più esplosivi e bellicosi.

Shawn finisce vittima di posterizzazioni, ma sono tanti gli attacchi al canestro che riesce a disinnescare con successo. In una distorsione di logica quelli sono duelli che sembra sia scontato lui debba vincere ogni volta, perché nel mondo reale è Golia che di solito esce a braccia alzate.

Bradley certe pose plastiche le assumeva da ben prima che Crouch lo rendesse mainstream.

Bradley certe pose plastiche le assumeva da ben prima che Crouch lo rendesse mainstream.

Da una franchigia perdente all’altra, Bradley approda ai derelitti Mavs (where 11-71 and 13-69 happened) dopo appena poco più di un anno solare a East Rutherford: è Febbraio del 1997 quando viene coinvolto in una trade assieme ad altri 8 giocatori.

L’incontro tra domanda e offerta stavolta produce frutti per entrambe le parti. In quintetto con il rosso ci sono Finley, Nash e dall’anno dopo Nowitzki.

Magari ci vorrà del tempo, ma a Ovest non riderà più nessuno di Dallas, garantito.

Il 1997/98 inizia con più di una novità nel mondo Mavericks: Jim Cleamons viene sostituito alla guida della squadra nientemeno che dal decano Don Nelson.

L’intoccabile coach trova il posto a Bradley come sesto uomo di lusso. Può sembrare uno spreco, e forse in parte lo è, però i minuti che Shawn passa in campo dopo essersi alzato dal pino li fa contare eccome.

Ad Aprile, in una gara casalinga, l’Enormous Mormon dispone a proprio piacimento dei Trail Blazers: in 38 minuti partendo dalla panchina aggrega qualcosa come 22 punti, altrettanti rimbalzi e un 13 alla voce stoppate che fa cadere la mascella già traballante per le cifre precedenti.

Una prestazione tanto monstre quanto effimera, uno sprazzo di What If, un colpo di tamburo che arriva, forse, da un universo parallelo, uno di quelli in cui Shawn ha messo la palla a spicchi sopra ogni altra cosa.


[Intendiamoci, anche nella nostra realtà non se l’è cavata male male.]

Bradley è compagno di avventura di Nowitzki anche nella rappresentativa tedesca, sfruttando la sua doppia cittadinanza. Sfruttando l’apporto dei 2 pro NBA sembra un buon momento storico per cercare di cavarsi qualche storica soddisfazione. Nein, non basta.

C’è un motivo se Gary Lineker non azzerderebbe mai a definire la pallacanestro come un gioco semplice, in cui 10 stangoni rincorrono un pallone per 40/48 minuti, e alla fine i tedeschi vincono.

La nazionale teutonica difatti lascia il collo di Shawn nudo da medaglie, nonostante l’impresa lodabile agli Europei del 2001, con l’accesso alla finale impedito da una sconfitta in volata con i padroni di casa della Turchia e la partita utile per l’ultima piazza del podio persa con la Spagna.

Persona estremamente rispettosa dei proprio valori, nel 2000/01 ogni stoppata elargita da Shawn, cuore d’oro, si traduce in 25 verdoni mandati in beneficenza per una struttura di accoglienza per bambini sieropositivi (saranno ben 228 alla fine, migliore fatturato dell’anno a pari merito con Jermaine O’Neal).

A Dallas si veleggia sopra le 50 vittorie proprio a partire da questa stagione, sarà così per ulteriori 10 stagioni filate, una streak terminata e culminata nel 2011 con la conquista dell’agognato anello.

Finalmente Marc Cuban e i suoi hanno creato un movimento che li ripaga di annate in cui raccoglievano solo umiliazioni in giro per gli States: emblematico come le 62 sconfitte del 1998 si siano tramutate in 60 successi stagionali dopo appena 5 stagioni.

[E il rosso più di qualche grattacapo lo procura.]

Shawn in questo prodigioso balzo ha meriti che non gli possono essere negati; lui esce di scena dopo la sconfitta patita al secondo turno di Playoff 2005 contro i Suns. Un addio al Texas e più in genere a una Lega in cui non ha saputo far ruggire tutti i cavalli del proprio motore.

L’impressione comune è che dentro il mormone oversize non abbia mai covato il sacro fuoco della vittoria nella sua militanza in NBA, soprattutto perché è lo stesso Bradley ad ammettere candidamente che la fede e la famiglia abbiano occupato posti nettamente più importanti della pallacanestro, e così è sempre stato.
Shawn ci ha sempre messo il 100% delle sue capacità, ma senza mai aggiungerci il proverbiale 10% che si genera con l’ossessione per la vittoria, con la smania per salire in cima al mondo. “Questo è quello che sono”, ha sempre affermato, “se vi va bene OK, altrimenti pazienza”.
Una posizione che da bravi basketmaniaci potremmo tacciare come eretica, una vera e propria scorreggia nella generica direzione di noi scarsoni da campetto, ma allo stesso tempo una lodevole coerenza tra intenti e azioni. In quell’ottica non sorprende neppure come abbia condiviso orgogliosamente con il resto del pianeta il pagamento di 10.000 dollari di multa per essersi rifiutato di partecipare a una “riunione di squadra” (quale delle 3 in cui ha militato non ci è dato sapere), che si sarebbe tenuta in un locale molto più che simile a un night-club.

Ehi, chi ha tolto i canestri da quei pali?

Ehi, chi ha tolto i canestri da quei pali?

E anche così, senza spingersi oltre le proprie possibilità, in 14 stagioni (dove in media è utilizzato per metà partita, complice anche una deficitaria gestione delle 6 penalità a sua disposizione) gli vengono riconosciuti 70 milioni di biglietti verdi raccolti di soli stipendi; i soldi non fanno la felicità, certo, ma fungono più che bene come distrazione quando il Robert Pack di turno affonda uno schiaccione proprio sulla tua testa.

Certo, pensando a quello che sarebbe potuto essere…

Il Praying Mantis ha sfruttato i suoi giorni postNBA per contribuire attivamente a migliorare la società, con un ruolo amministrativo alla West Ridge Academy (dove frequentano perlopiù ragazzi problematici) e la partecipazione in varie organizzazioni a scopo filantropico.

Anche se è ancora alla ricerca dalla sua macchina gemella.

Anche se è ancora alla ricerca dalla sua macchina gemella.

A quanto è dato sapere, Shawn vive (sorpresa, sorpresa) nello Utah con la storica moglie Annette (1.60 stando in punta di piedi) e i 6 figli, così chiamati: Cheyenne, Ciera, Chelsea, Charity, Chance e Chase. Sì, a quanto pare è legale.

[Poi sì, ci sarebbe questa cosina che ve lo farà amare a prescindere.]

 

 

Mark Eaton 7 ft 4 in (2.24 m)

Tra i 3 omaccioni analizzati sinora è facile notare un punto in comune, oltre alla difficoltà condivisa nell’evitare maledizioni dagli sventurati seduti direttamente dietro di loro al cinema. Hanno tutti vinto pochissimo, praticamente nulla.

Mark Eaton parlando in termini di successi di squadra non fa eccezione, però a livello individuale viene considerato per ben 2 anni il miglior difensore dell’NBA.
Certo, come l’albo d’oro del premio dimostra smaccatamente, i lunghi partono con qualche yard di vantaggio nella decisione finale, al punto che dal 1989 al 2014 questa tendenza è stata interrotta solo da un acuto di Gary Payton, uno che con quelle mani potrebbe rubare la Monna Lisa in pieno giorno.

E pensare che a Mark non interessava neppure il basket, si vedeva anzi a sbracciare in acqua nelle gare di pallanuoto. L’arancia della Spalding la conosce più per questione di integrazione sociale, visto che tanti suoi amici si ritrovano ai campetti, e lui con quelle dimensioni ciclopiche torna parecchio utile (attualmente è il nono atleta più alto mai visto in NBA, dove è misurato 2.24 metri).

Giusto perché riusciva a schiacciare in punta di piedi.

Giusto perché riusciva a schiacciare in punta di piedi.

Californiano nato nel 1957, Eaton si ostina a giocare negli anni di High School nella vicina Westminster, raccogliendo molti più sberleffi che onori, al punto che appena maggiorenne pensa di abbandonare la pallacanestro agonistica.
Arrivati al 1977 qualcuno si accorge però di Mark, non tanto in un playground ma mentre il nostro stava lavorando. In un’officina per auto.
Proprio così, la giornata tipo (heh) di un futuro spauracchio per i migliori cestisti al mondo era scandita da cricchetti, brugole e pinze.

[E da qualche occasionale numero musicale.]

L’enorme meccanico (che si è specializzato in materia presso un istituto di Phoenix) viene convinto da un assistente allenatore per Cypress Junior a unirsi a loro. Titolo dello stato portato a casa nel 1978, dopo di che per Mark si aprono le porte di UCLA.
In realtà quelle non sono le uniche ante a spalancarsi, ci sarebbero anche i Phoenix Suns che si ingolosiscono e lo draftano già nel 1979: la pick non lascia intendere grandi piani per lui (107) ma i tempi sarebbero ben maturi per esordire tra i grandi. Eppure Eaton opta per un paio di stagioni ai Bruins, nell’ultima delle quali segna la miseria di 1.3 punti a gara.
Visto che il fato le sta studiando tutte per non farlo mollare, invia nientemeno che la neopensionata leggenda Wilt Chamberlain per parlare con uno sfiduciato Mark durante gli allenamenti a UCLA, convincendolo a lasciare il faticoso lavoro offensivo ai suoi compagni di squadra, risparmiandosi le energie per diventare uno specialista nell’altro frangente del campo.

Funzionerà?

Beh, chiaro che ha funzionato, è scritto proprio all'inizio della bio. Duh!

Beh, chiaro che ha funzionato, è scritto proprio all’inizio della bio. Duh!

Estate 1983, in Arizona intanto hanno perso ogni interesse nell’ingaggiarlo, così ecco che Eaton si ritrova selezionato con una pick bassa dagli Utah Jazz, sempre sotto il 50% di vittoria nel corso della loro breve storia (compresi gli inizi a New Orleans) e presi generalmente poco sul serio come contenders, nonostante le passate meraviglie di Pistol Pete Maravich.
Realisticamente, quali aspettative riporre in rookie di 25 anni, chiamato con il n.72 da una delle peggiori franchigie NBA?

Ebbene, i Jazz chiudono a 30-52 il primo anno, con un record perdente e fuori dai playoff, del nostro si dirà che è ancora scoordinato al punto di non riuscire a camminare e masticare la gomma allo stesso tempo. Tutto come da previsioni.

Nessuna di queste circostanze è destinata a ripetersi per le restanti 11 stagioni in cui Eaton si erge a guardiano della retina. A Salt Lake City ci si inizia a divertire. Ammettiamolo, dall’85 è iniziato ad andare in scena Stockton to Malone, e quello potrebbe essere stato un altro piccolo fattore determinante.
Un cambio di identità voluto da coach Frank Layden (accanito promotore di Mark, come quest’ultimo ammette), passato dal voler segnare un punto in più degli altri a volerne prendere uno in meno, fa il resto.

Alcuni puristi possono storcere il naso dinanzi alla doppietta di Eaton come Defensive Player Of The Year, in fondo parliamo di un giocatore lento e con mezzi atletici poco appariscenti, la cui ingombrante mole è risultata talvolta decisiva perché la palla gli capitolasse addosso.

Saltare è per le schiappe.

A questo punto i numeri diventano il miglior avvocato difensore del barbuto ragazzone. Il primo riconoscimento avviene al termine della stagione 1984/85, 456 (quattrocentocinquantasei/00) conclusioni avversarie cancellate, l’impressione è che negli anni a venire vedremo prima le macchine volanti che il superamento di questo record (possibilmente solo Chamberlain e Russell, nei tempi in cui questo fondamentale del gioco non veniva conteggiato, possono essergli stati superiori).

Aggiungiamoci che quando non sono blocks, per altre 11 conclusioni errate a partita è lui a conquistare il susseguente rimbalzo.

4 anni dopo si replica il trionfo, un Eaton sgrassato e rinforzato dalla ghisa impreziosisce il quadro con la chiamata all’All-Star Game, nonostante una stagione in cui arriva a malapena a segnare 6 punti a partita, ma nella quale il canestro dei suoi Jazz è il meno violato in tutta la Lega.
Chi si avvicina troppo al fortino di Salt Lake City poi deve vedersela con Mark. Risultato? Quasi 4 tiri ogni notte è lui a occuparsi di rispedirli al mittente.

Il messaggio è chiaro: tenetevi vicini gli amici, ancora più vicini i nemici, ma state alla larga da Mark Eaton, sempre che non vogliate vedere il pallone volare nella mesosfera, in direzione opposta a quella verso cui l’avete speranzosamente lanciata.

“Nope.”

“Nope.”

Poi sì, in quella squadra ci sarebbero un’annata del Postino da 29+10 ad allacciata di scarpe in combo al ragioniere di Spokane che gira a 17 e 13 caramelle abbondanti.
Peccato che il terreno si sgretoli poi sotto i piedi di Utah al primo turno dei playoff, quando i Golden State (appena n.7 del seed) li prendono clamorosamente a pallettoni sul sedere come novelli Dinamite Bla, eliminandoli senza possibilità di replica.
In carriera paio di finali di Conference Eaton le gioca, tuttavia l’evoluzione migliore del progetto Utah Jazz si concretizza definitivamente quando Mark però è già pensionato da qualche anno, con le 2 Finals giocate all’ultimo sangue contro gli imbattibili Bulls.

Mettete un like all'articolo per diminuire le possibilità che Eaton si presenti ai piedi del vostro letto stanotte. Grazie.

Mettete un like all’articolo per diminuire le possibilità che Eaton si presenti ai piedi del vostro letto stanotte. Grazie.

Una doverosa specifica parlando di Chicago: circola una ricostruzione errata del “Was he big enough?” di Michael Jordan, che vorrebbe che His Airness abbia pronunciato quella frase dopo aver posterizzato proprio Mark Eaton, come risposta alle lamentele di un fan dei Jazz (e non del proprietario della squadra, Larry Miller), infuriato per una facile schiacciata di MJ sulla testa di John Stockton nel precedente attacco dei Bulls. La vittima della seconda slam dunk consecutiva è stato in realtà il compianto Mel Turpin (che misurava un comunque ragguardevole 2.11 m).

Dice basta al termine nella primavera del 1993, l’unica che lo vede coinvolti in acciacchi seri, rarità su giocatori di quelle dimensioni (Eaton tesse ancora lodi verso lo staff medico dei Jazz, che ha permesso alla squadra di limitare notevolmente il numero di infortuni), chiudendo con una media globale di 3.50 stoppate, nessuno più di lui (again, da quando sono oggetto di statistica).

Un’ultima soddisfazione Mark se la cava in compenso quando raccoglie i dividendi dell’eterna fedeltà giurata ai Jazz, che lo ripaga nella forma di una canotta 53 con il suo cognome cucito sopra, che dal 1 Marzo 1996 fa bella mostra di sé dal soffitto della Vivint Smart Arena (per tutti il Delta Center).

Tra i suoi nuovi hobby, lo sperare di non trovarsi sbattuti sulla nuca i genitali di Jeremy Evans.

Tra i suoi nuovi hobby, lo sperare di non trovarsi sbattuti sulla nuca i genitali di Jeremy Evans.

Mark si è gettato ora con intraprendenza in vari progetti, dalla ristorazione alle attività per tenere i giovani lontani dalle strade.

Lavora anche anche come speaker motivazionale, conscio in cuor suo che non potrà mai eguagliare la figaggine di Elroy “una volta da adolescente mi preferirono a Michael Jordan” Smith.

[Voglio dire, si allena con un dragone cinese. MJ fatti da parte di nuovo, da bravo.]

 

a cura di Marko Stanchini