È l’estate del 1996 e tu sei poco più che un bambino. Il viso allo specchio è solo occhi grandi e guance piene. La radio di mamma accesa nella cucina della periferia bolognese manda “always be my baby” di Mariah Carey e lei canticchia piano mentre toglie la spesa dalle buste. Per la cronaca, sedano e insalata e basilico verdi come i primi giorni senza scuola. Le righe viola e gialle del televideo sullo schermo del grande Phonola che sta in salotto comunicano i risultati del draft della notte. Charlotte Hornets, Kobe Bryant, la prima guardia a saltare direttamente dalla scuola superiore alla NBA. Tu, bambino, pensi che hai difficoltà anche a saltare un giorno di scuola. Figuriamoci quattro anni.

 

Un giorno sono entrato in palestra e Kobe stava tirando dal gomito dell’area. Gli ho chiesto “da quanto sei qui?” e lui mi ha risposto “da venti minuti”. Anche a me andava di fare un po’ di tiro e gli ho chiesto se gli andasse di fare una gara. “Non posso” mi rispose “ho appena iniziato con questo tiro”. Gli chiesi se da venti minuti stesse tirando dallo stesso gomito dell’area e mi rispose di sì. “Torna fra 40 minuti, per allora dovrei avere finito”. Me ne andai, ma non volevo credere che una persona potesse tirare per un’ora intera dalla stessa, noiosissima posizione, così tornai 35 minuti dopo e lui era ancora lì. Da 55 minuti tirava dalla stessa identica inutile posizione senza neppure muovere i piedi.

 

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È difficile, se non impossibile, scrivere qualcosa di Kobe Bryant che non sia stato scritto o detto o messo su pellicola. Come per tutti i grandissimi dello sport, non solo di questo sport, attorno a Kobe si è creata una leggenda capace di frantumare i confini della cronaca per sfociare prima in narrativa e poi in antologia pura. A livello mediatico, commerciale e di esposizione, l’uomo che viene da Philadelphia è stato probabilmente la più grande icona dello sport degli anni a cavallo fra il 90 e il 2000, occupando il vuoto che nei cuori e sui teleschermi aveva lasciato Michael Jordan. Forse proprio questo è stato uno dei più grandi meriti dell’uomo in maglia 8 e poi 24 dei Lakers: quello di avere traghettato la Lega nel futuro che conosciamo oggi, provenendo dalla pallacanestro dei nostri padri e dei nostri zii.  Bryant, come forse nessun altro, si è confrontato con due se non tre generazioni diversi di giocatori e di atleti: il palmares dei suoi avversari è tanto straordinario quanto quello dei suoi trionfi. Da Jordan a Iverson, da Garnett a LeBron, Kobe ha fatto quello che solo le leggende sanno fare. Ovvero attraversare la storia.

 

Adesso è il 2000, e tu sei poco più di un ragazzino. In questa storia è sempre estate, o lo sarà quasi sempre e il viso allo specchio ora è solo occhiaia viola e pelle grassa. La macchina parcheggiata qui sotto con i finestrini aperti suona Kryptonite dei Three Doors Down e tutto quello a cui riesci a pensare è cosa fare delle tue lunghissime vacanze estive. Per la cronaca, la macchina è rossa come il mezzogiorno sotto l’ombrellone. La Gazzetta dello sport di mercoledì 22 Giugno se ne sta aperta sul divano. La foto in rosa e nero alla pagina degli altri sport recita solo “Shaq nella storia” e tu in fondo pensi che quei due ragazzi, quello grosso e quello giovane con la canotta numero 8 forse ce la faranno davvero ad entrare nella storia.

 

Kobe mi chiese se potevamo aggiungere la bicicletta al nostro allenamento quotidiano. Gli dissi che non c’era tempo, con un calendario così pieno. Allora mi rispose che potevamo andarci di notte, dopo la cena. Quindi noleggiai tre bici, una per me, una per lui e una per la sua guardia del corpo e, siccome eravamo a Las Vegas, individuai un percorso nel deserto, pensando che avrebbe lasciato perdere. Pedalammo 40 miglia nel deserto e tornammo all’hotel alle due e mezza del mattino. Prima di andare in camera mi disse che era contento, e che avrebbe voluto rifarlo la sera seguente.

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Di nuovo, una delle cose più straordinarie che il Mamba ci lascia in eredità è il quantitativo di ricordi, aneddoti, momenti che ognuno di noi amanti del basket irrimediabilmente conserva. Lo si ami o lo si odi, ciascuno di noi ha il suo Kobe-Moment, un’immagine, un video, un particolare che ci ha lasciati immobili. Io ad esempio mi ricordo la prima volta che lo sentii parlare in italiano.

 

Adesso è l’estate del 2004. Giugno, sempre giugno, anche se è davvero difficile pensare a come era solo qualche anno fa, perchè il viso allo specchio parla solo di barba da rifare, capelli da tagliare e esami da studiare. Per la cronaca, la cornice dello specchio del bagno dei miei genitori è giallo come la noia di periferia in un pomeriggio senza vento. Le cuffie attaccate al lettore mp3 Sony mandano fuori “Hey Ya” degli Outkast ed è difficile mettere i pensieri in ordine con tutto quello che sta capitando. Ci sono un sacco di cose da sistemare e poi forse qualche scelta da ripensare e mentre esci di casa sul podcast che hai lasciato acceso senti che hanno fermato Bryant per aggressione e presunta molestia sessuale. E poi tua madre ti grida di spegnere quella dannata cosa ma è difficile sentirla dietro lo sbattere della porta.

 

Entrai in palestra e me lo trovai lì. La cosa non mi sorprese particolarmente, anzi, in realtà capitava tutti i giorni. Ma quel giorno c’era qualcosa di strano: non c’era neppure un pallone in tutto il palazzetto, eppure lui era sudato fradicio. Stava provando, completamente da solo, dei movimenti senza palla, robe tipo tagli, blocchi, allontanamenti. Gli chiesi se fosse impazzito. Mi rispose che non capiva come mai nessun altro lo facesse.

 

Andando a guardare gli almanacchi, Bryant ha giocato in partite ufficiali NBA 48.637 minuti in 20 anni di carriera. Sono circa 811 ore di gioco ufficiali, qualcosa intorno al mese e qualche giorno di pallacanestro ininterrotta. Quella della ricerca matematica è una strada pericolosa da proseguire, poichè i numeri del Mamba sono qualcosa da mal di testa. L’eredità, in termini statistici, lasciata da Bryant ai notai della palla a spicchi perde di significato ogni passo avanti. 5 volte campione NBA, 2 volte MVP della Finale, 18 volte All-Star, 12 volte all-defensive-team, 15 volte all-american-team, campione della gara delle schiacciate, 17 volte giocatore del mese, medaglia d’oro nel 2007 ai Tournament of Americas e alle Olimpiadi del 2008 e 2012A questi vanno aggiunti altri record, tra cui, in ordine sparso e non esaustivo più tiri tentati nei playoff, più tiri liberi segnati in una serie di playoff, maggior numero di titoli All-Star MVP, maggior numero di stagioni giocate con la stessa maglia…

 

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È il 22 gennaio del 2006, e sono passati dieci giorni dal tuo ultimo compleanno e come diceva quel tizio, oggi sono già ventidue anni e dieci giorni che non sei morto. MTV manda un video musicale di Daniel Powter con una cuffia equivocabile e le sopracciglia rifatte che canta “Bad Day” e l’unica cosa a cui riesci a pensare è quello che hanno detto i medici oggi in ospedale e che non va affatto bene. Il viso allo specchio è solo punti neri e linea dei capelli che indietreggia. Per la cronaca, il camice dell’infermiera era bianco come quei fogli su cui non sei riuscito a scrivere mai niente di quel che ti passava per la testa. Poi suona il cellulare, e dall’altro capo una voce ti chiede: “Ma l’hai vista la partita contro Toronto?”. E allora accendi il computer e inizi a guardare la magia che si dipana come lo zucchero a velo. 81 petali che cadono uno a uno, riempiendo la storia e diventando leggenda. E, per un attimo, ti dimentichi tutto e pensi che se quella non è poesia, allora non sapresti come altro definirla.

 

Sapevo della sua ossessione per il lavoro da solo, e mi convinsi che anche solo per un giorno, sarei dovuto arrivare in palestra prima di lui. Il primo giorno giunsi al palazzetto due ore prima dell’allenamento, e me lo trovai lì. Allora mi presentai tre ore prima dell’allenamento, e lui era lì. Il giorno dopo, per ripicca, arrivai quattro ore prima dell’allenamento, e lui era lì. Mi parve incredibile e gli chiesi “ma non hai due bambine da portare a scuola?” “certo, mi disse, le ho portate alle otto” “non è possibile, sono arrivato alle sette e mezzo e ti ho visto qui”. “Tu mi hai chiesto se ho portato le mie figlie a scuola, non a che ora sono arrivato”.

 

Fatalmente, quando si parla di Kobe, la domanda a cui si arriva sempre è: è stato il più forte di tutti i tempi? Salvo sporadici episodi di tasso alcolemico alle stelle, la risposta è sempre No. I confronti, specie quando si parla di leggende di questa o quest’altra disciplina, sono sempre uno strumento da maneggiare con delicatezza, se non si vuole scivolare in gazzarre da cortile. È più forte Pelè o Maradona, Rossi o Agostini, Stefi Graf o Serena Williams?

Il basket è uno di quei pochi sport (l’automobilismo è un’altra perla rara) in cui il più forte, a detta di tutti, è stato solo uno. Ora, esistono solo due modi di rapportarsi ad una leggenda: percorrere traiettorie completamente differenti, e muovere quindi i KPI in territori inesplorati, o ricalcare il più possibile le orme precedentemente lasciate dal più grande di sempre. Per Kobe, barrare l’ipotesi due.

Da Jordan Bryant ha mutuato lo stile, l’approccio, la caparbietà e buona parte del suo gioco, lavorando come His Airness aveva fatto per portare adattare il suo stare in campo al tempo che passa, al fisico che perde in esplosività e ad avversari nuovi e diversamente armati.

 

Utah Jazz v Los Angeles Lakers, Game 2

Ora sono le 7:07 del 7 Maggio 2008 e tu sei diventato un po’ più di un ragazzo. Te lo dice il viso nello specchio, che è solo riga da una parte e colletto ancora abbottonato. Te lo dice la cartella con il pranzo e le stampe dello speciale di domani. iTunes dal guscio del computer fa andare via leggera Viva la Vida dei Coldplay e se questo è stato un anno di riabilitazione potresti quasi dire che ti sei ripreso bene. Mentre ti prepari per uscire dai un’ultimo sguardo alle notizie sportive. I Lakers hanno buttato fuori i Nuggets dai playoff NBA e Kobe ha vinto il suo primo trofeo MVP, dopo quasi dieci anni di carriera. È bello, se lo merita. Ha lavorato tanto. E, per la cronaca, i bordi della canottiera di Los Angeles sono Viola come il controllore dell’autobus quando effettivamente trovi il biglietto obliterato in fondo alle tasche.

 

Finalmente si sedette per l’intervista, dopo che avevo aspettato più di un’ora. Mi chiese scusa, disse che doveva finire i suoi 400 tiri realizzati dopo allenamento. “Scusa ma come sai quando arrivi a 400?” “È facile, li conti uno per uno”

 

Riguardando indietro, Andrew Sharp di Sports Illustrated, sostiene che la carriera di Bryant si può sommariamente dividere in tre parti, che -per una volta- non prendono in considerazione il gioco. La prima parte, quella fra il draft e il 2005, ha come protagonista un Kobe ragazzino, saccente e intricato. La seconda parte, quella centrale, parla di un Bryant più sincero, più diretto e umanamente meno confuso. L’ultima, quella che forse ricordiamo meglio, è quella del Kobe persino troppo consapevole del suo ruolo di leggenda e ambasciatore della NBA e del Gioco, tanto da dovere affibbiare un significato recondito ad ogni parola, ogni intervista fatta in passato, rivestendola di una filosofia e una profondità non sempre necesarie. Difficile dire se Sharp abbia ragione o meno e se davvero il percorso umano di un atleta si possa tratteggiare con simili pennellate grossolane e rapide. Sicuramente è una prospettiva interessante, per dare un senso più costruttivo ad un giocatore che è stato più di un semplice grande giocatore.

 

2010

Vai all’estate del 2010 e il treno si ferma in una piccola stazione della Toscana. Te ne stai lì con una valigia ad aspettare e per fortuna ti sei ricordato di scaricare gli highlight della notte sul telefono, perchè quella dannata gara 7 contro Boston te la sei persa per colpa della trasferta di lavoro.Il più bello dei 5 titoli, dice Kobe, anche se il mio viso dentro lo specchio del bagno del bar rimanda un sorriso tirato vestito da carenza di sonno. Per la cronaca, il tuo vestito è grigio come il mercoledì in ufficio senza connessione Internet. Mentre ordini un caffè la filodiffusione del Bar dello Sport sputacchia Hey Soul Sister dei Train e tu ti domandi se fossero quelli che avevano fatto Drops of Jupiter un secolo fa. 5 titoli, un secondo MVP, un altro anno che se ne va.

 

Giocavamo contro Utah, in una serie di partite lontano da casa. Non fui abbastanza rapido a leggere una situazione di pick and roll e la palla mi scappò dalle mani perchè non ero pronto. Chiesi scusa a Kobe che mi aveva fatto il passaggio e lui mi disse di non preoccuparmi e di stare concentrato. La sera, in albergo, stavo per prendere sonno quando sentii bussare alla porta della camera. Entrò Kobe con un iPad su cui aveva messo la registrazione della partita e mi fece rivedere quel pick and roll sbagliato per dieci volte di seguito.

 

Come quasi sempre accade per i grandi atleti e le strabordanti personalità, anche Bryant è stato un uomo rincorso dall’enorme croce della perfezione. È  stato un maniaco della condizione fisica, della preparazione mentale, dei dettagli, della puntualità, un ossessivo compulsivo perennemente in bilico fra il cercare di essere una persona normale ed amata da compagni e pubblico e il lasciarsi andare all’istinto solitario, alla sregolatezza intima del talento. Come il pendolo di Foucault, il 24 ha ondeggiato con moto quasi perpetuo fra l’essere molto divertente e molto antipatico, estremamente affabile o inavvicinabile, largamente benvoluto o profondamente odiato. Proprio per questo, per queste infinite sfaccettature e continue riscritture di se stesso, e nonostante tutto sia già stato scritto e detto su Bryant (come detto in apertura di queste righe) il Mamba conserva ancora un magnetismo affascinante e difficile da spiegare.

 

Golden State Warriors v Los Angeles Lakers

Cerchi di accendere SKY Sport ed è il 2013 e il tappeto nuovo per terra fa un figurone. Per la cronaca è rosso porpora come le passeggiate in centro nel primo giorno senza giacca dell’anno. Stai cercando di cambiare canale e le pile sono scariche e tutto quello che riesci a sentire è Thrift Shop di Macklemore che esce da una replica del Jay Leno e poi però lei passa e ti dà un bacio mentre va verso la cucina e ti dimentichi di perchè sei lì e di che cosa stessi cercando di fare. Il viso allo specchio ora è serenità e fiducia. Quando finalmente ce la fai Kobe è lì che parla con dieci, cento, mille giornalisti e dice che non sa se ce la fa. Che il tendine è rotto, che bisognerà vedere. Ha le lacrime agli occhi ma non piange. Poi lei ti guarda e ti chiede che c’è, e tu le dici che non è niente, però un po’ ti dispiace.

 

Mi ricordo che stavamo progettando il suo ultimo modello di scarpe e gliene avevamo consegnato un paio da avere in prova, poco prima di iniziare la produzione. Qualche ora dopo suona il telefono dell’ufficio e uno dei ragazzi mi passa il cordless e mi dice solo “è Kobe, vuole parlarti”. Ci chiese di togliere un millimetro di suola dal retro della scarpa. Disse che aveva provato a correre i cento metri con le scarpe nuove e quelle vecchie e che con le nuove andava due centesimi di secondo più piano.

 

L’ultimo anno di Bryant ai Lakers è stata una lunghissima, e per certi versi straziante, Macy’s Day Parade. Un “farewell tour” che aveva il solo scopo di portare il Mamba in giro per le arene NBA a ricevere l’omaggio e l’applauso di avversari, tifosi e dell’intera nazione. La Los Angeles gialloviola si è, un po’ volontariamente e un po’ giocoforza, piegata a questo stravagante addio, accettando di avere una squadra da 16-65 in cui non c’è spazio per nessun giocatore vero accanto a un trentacinquenne da 25 Milioni di dollari l’anno che tira con lo 0.354%, la più bassa percentuale di tutta la Lega. La stessa Lega non ha riservato ad altri grandissimi del gioco, Duncan e Garnett per fare due nomi, lo stesso trattamento, sottolineando che sì, in qualche modo Bryant è stato diverso, poichè diversa era l’aura che gli fluttuava attorno, spesso inspiegabile, quasi sempre indecifrabile. Una cosa è certa: Bryant ha lasciato agli amanti del basket alcuni dei momenti più emozionanti della pallacanestro tutta. Il lay-up per mandarla ai supplementari contro Phoenix seguito dal jumper in sospensione dal gomito contro il raddoppio rappresenta l’essenza del wet dream di chiunque si sia mai avvicinato all’arancia giocata.

 

Kobe Bryant

Quando accendi il cellulare è il 30 Novembre 2015 e il tuo volo parte fra esattamente novantacinque minuti. Lei e il cane dormono leggeri e l’unica cosa che si vede sono le lenzuola che si alzano piano sotto il respiro. Il viso nello specchio ha un po’ di occhiaie, ma niente di grave e gli occhi un po’ rossi ma sicuri. Per la cronaca, la nuova lampada del bagno è blu come come i pupazzetti della LEGO col mal d’aria. Mentre chiudi la valigia la app di ESPN ti butta sotto gli occhi una notizia. È una lettera, inizia con “Dear Basketball”. La metti fra i preferiti, schiacci il pulsante sul telefono ed esci di casa mentre Centuries dei Fall Out Boy comincia a riempire gli auricolari.

 

Stavamo passando per la sala giochi dell’hotel quando Kobe e Michael (Redd) videro uno di quei canestri elettronici che ci sono in tutti i luna park del mondo e decisero di scommettere 10 dollari su chi avrebbe vinto. Giocarono per dieci minuti e io mi stancai e me ne andai a salutare alcuni amici nella hall dell’hotel. Quando fu ora di andare a dormire chiesi dove fossero finiti quei due. Uno degli assistenti mi rispose che stavano ancora giocando a quel canestro elettronico. “Sono matti, chissà quanti soldi si sono giocati in queste cinque ore” “Sono sempre a dieci dollari, non hanno ancora finito la prima partita”

 

Quello iniziato da pochi mesi è il primo anno senza Kobe Bryant da 18 anni. Per chi, come me, è nella trentina significa circa due terzi della vita. È un’infinità, a pensarci bene. Poche cose sono state così costanti, nella mia esistenza, come la certezza di trovare Bryant negli score NBA. Per quelli della mia età Kobe è stato un riferimento, non con accezioni positive o negative, ma nel senso specifico di un punto fisso in un paesaggio in movimento. È cambiato rimanendo fermo, “the same, but different”, accompagnando in un certo qual senso la parabola di una generazione, passando da Campione della gara delle schiacciate a vincitore del Titolo, a MVP, a leader più mentale che fisico ed infine a leggenda. Mi piacerebbe dire che Bryant è stato un compagno di strada, per molti di noi, anche se suona un po’ isterica e maniacale come affermazione, anche se sento che in un certo senso c’è un fondo di verità in tutto questo. Fatto sta che fa strano, aprire un giornale sportivo e non trovarlo lì, il pugno serrato, lo sguardo concentrato in avanti, il pubblico che esplode in un boato. Che rumore fa, una stella che va a dormire?

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a cura di Emanuele Venturoli