Started from the bottom now we’re here,
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La storia di Christian James McCollum, più comunemente CJ, uno dei giocatori (se non IL giocatore) che più ha stupito in questa stagione NBA, parte dal basso. In tutti i sensi.
CJ nasce a Canton (Ohio) il 19 Settembre 1991, da mamma Kathy e papà Errick. Fin da bambino, osservare suo fratello maggiore Errick II (ora al Galatasaray) giocare a basket era il suo passatempo preferito, e crescendo anche il piccolo CJ aveva voglia di provare a lanciare la palla dentro al canestro. Mamma e papà McCollum erano due lavoratori davvero infaticabili, due stakanovisti, pronti a fare qualsiasi cosa purché i propri figli crescessero in tranquillità, ed hanno avuto sempre un rapporto speciale coi loro pargoli, un rapporto che andava oltre quello tra genitori e figli. Erano amici. C’è stato fin da subito un legame tra di loro che difficilmente, col tempo, si sarebbe spezzato.

CJ iniziò a muovere i primi passi nel mondo del basket nella high school cittadina, quella di GlenOak, dove però ebbe davvero poco successo sportivamente parlando.
Perché? Beh, nel suo primo anno da liceale era alto 157 cm per 48 kg di peso.

mccollum boy

Un giocatore tascabile, che però aveva una mano più che discreta.
Ma con quelle misure, probabilmente, non avrebbe ben figurato nemmeno nel torneo della scuola elementare.
Col passare degli anni arrivò un’inevitabile crescita, 12 cm guadagnati nella prima estate da liceale e 10 nella seconda, che lo portò ad arrivare ai quasi 190 cm nel suo ultimo anno a GlenOak. Al termine del liceo, l’università scelta da CJ fu quella di Lehigh, anche se di scelta, a dire il vero, non ce n’era.
Il ragazzo, oltre al basket, iniziò ad interessarsi assiduamente al giornalismo, intraprendendo il corso dedicato alla materia a Lehigh. Brett Reed, allenatore dei Lehigh Mountain Hawks, lo accolse da subito con gran piacere nella squadra del college.
CJ entrò alla grande nella nostra squadra. Il problema principale, però, era il fatto che non fosse college ready. Il suo fisico non era quello giusto, ed inizialmente ha faticato davvero tanto. Ma si è sempre messo a disposizione con il suo talento, le sue abilità di realizzatore e la sua leadership, diventando giorno dopo giorno un giocatore fondamentale nonostante il suo corpo. Ha un’etica lavorativa invidiabile”.

Il processo di crescita di CJ continuava senza ostacoli. Grazie agli insegnamenti di mamma Kathy e papà Errick, la sua vita nel college andava alla perfezione.
Ma il rapporto con sua mamma, più di quello con ogni altra persona, è qualcosa di speciale. “Quando tornavo a casa dal college in estate, era per stare con mia madre. Dormivo nel suo letto, perché avevamo una stanza con un solo letto. Mi piaceva essere bambino ancora per un po’ con lei”.

mccollum lehigh

Ma la distanza che separa CJ dalla sua casa e dalla sua famiglia lo porta ad intraprendere strade che senza ombra di dubbio lo avrebbero poi condotto verso la via del successo.
Al college di Lehigh, grazie alla sua crescita fisica, tutti avevano gli occhi su di lui. Al termine del primo anno fu nominato Player of the Year nella Patriot League, prima volta per un freshman, ed inserito nel primo quintetto della conference grazie ai suoi 19.1 punti e 5.0 rimbalzi a partita. Non solo: infatti riportò Lehigh al tabellone NCAA, esperienza che però terminò al primo round contro Kansas.
Le stagioni da sophomore e da junior andarono alla grande, con tanti punti, vittorie ed altrettanti accessi al torneo finale NCAA, dove nel 2012 la piccola università della città di Bethlehem riuscì a compiere quell’attesissima impresa che la catapultò nelle mappe del mondo del basket americano. Grazie ad una partita da 30 punti di McCollum, Lehigh (#15) sconfisse Duke (#2) per 75-70, scrivendo un piccolo ma significante pezzo di storia.

Una vittoria davvero importante per tutti i piccoli college americani, nel pieno spirito della March Madness. “Questa vittoria significa molto per noi – affermò McCollum -, come squadra ma soprattutto come famiglia. Volevamo venire qui per lottare, difendere il nome sulle nostre maglie tutti insieme e prenderci questa vittoria. We did it”.
Ma dicci CJ, cosa dicevi ai tuoi compagni durante la partita?
Ai miei compagni dicevo di non preoccuparsi: quando non sapevano cosa fare, dovevano dare la palla a me. Poi ci avrei pensato io”.

Grazie ad un interessante sviluppo della massa muscolare nel suo corpo, CJ sembrava pronto per il grande salto, per approdare nel mondo dell’NBA.

Non ancora.

Ho deciso di rimanere a Lehigh per il mio anno da senior”.
È lo stesso McCollum a comunicarlo in una lettera aperta, dove afferma che “I miei genitori lavorano duramente per garantire a me e mio fratello tutta la sicurezza di questo mondo, e non mi sento costretto a terminare in anticipo i miei studi solo per uno stipendio in più”.
Tutte le parole di questo ragazzo trasudano maturità e sicurezza di sé, ma non nell’accezione negativa del termine. Il ragazzo da Canton aveva già le idee ben chiare riguardo il suo futuro, ma l’NBA poteva aspettare.
Ed ebbe ragione lui, anche se qualcosa andò storto.

Ad inizio anno, tutto sembrava andare per il meglio: lo sviluppo del suo fisico era giunto al culmine, e le misure questa volta erano quelle giuste. Diventò addirittura, in una sera di Novembre, il miglior realizzatore di tutti i tempi nella Patriot League, grazie ai 26 punti realizzati contro Sacred Heart.
Ma la sera del 5 Gennaio 2013, tutta la magia intorno al talentuoso ragazzo dall’Ohio sembrò fermarsi.
Nel match contro VCU, McCollum si ruppe il piede, dovendo dire addio alla restante parte della stagione.

mccollum injury

Ma la favola di un bambino che fino al primo anno di liceo nemmeno sembrava un giocatore di basket non può certamente terminare così.
Con la laurea in giornalismo sotto braccio, un altro trasloco era ormai imminente.
Come racconta lui stesso sulle colonne di The Players’ Tribune, nel suo anno da senior conobbe il reporter NBA Tim Capstraw, che gli fece fare le prime esperienze da telecronista selfmade, ossia guardare una partita, abbassare tutto il volume e commentare da sé. Il giornalismo era un mondo che lo intrigava ogni giorno di più, e stava davvero diventando una passione.
Ma la strada verso il basket dei grandi era ormai segnata: da Canton a Bethlehem nella Lehigh University, dal college direzione NBA. Ma dove, di preciso?
La notte del Draft NBA ’13 era ormai alle porte, e tutto l’ambiente vicino all’ormai ex prodotto di Lehigh era in fermento per quello che sarebbe stato il primo studente della sopracitata università ad entrare nel mondo del basket professionistico americano.

Uhm, Portland… Damian Lillard!

I due erano molto amici già prima dell’NBA. Nell’ultimo anno di college di McCollum e nell’anno da rookie a Portland di Lillard si erano conosciuti, ed avevano iniziato a scambiarsi numerosi messaggi di stima reciproca, diventando piano piano molto amici. Quella sera durante il Draft, Lillard non inviò un messaggio con delle parole al suo nuovo compagno. Soltanto questa emoji.

emojiI see you.

Il percorso di recupero di McCollum dopo l’infortunio al piede era ormai completato, e si accingeva ad iniziare training camp e Summer League con la sua nuova maglia targata Trail Blazers.
Dopo aver fatto strofinare gli occhi a molti addetti ai lavori durante il torneo estivo con medie ottime, gli déi del basket non furono molto benevoli con lui. Altra frattura al piede, 6 settimane di stop a ridosso del suo esordio in the league.

Ma come si suol dire nella sua terra, “What doesn’t kill you, makes you stronger”.

Oltre alla sua grande maturità, un ruolo importante lo ebbe sua mamma. La figura materna della signora Kathy nell’adolescenza di CJ ha svolto un ruolo fondamentale per la crescita ed il passaggio dall’essere ragazzo all’essere uomo. Nell’ultimo anno di college, dopo l’infortunio, McCollum non riusciva a girare per casa sua da solo in un piede, dunque dovette richiedere l’aiuto di sua mamma, che non poteva voler di più che stare vicina a suo figlio.
La storia si ripeté al secondo infortunio, stavolta in NBA, e da quel momento mamma Kathy decise di trasferirsi in Oregon, nell’appartamento di suo figlio, ovviamente col suo benestare.

portland mccollum

L’esordio ufficiale in NBA di McCollum è datato 8 Gennaio 2014, dopo una breve parentesi agli Idaho Stampede in D-League. Da lì, il suo inserimento nella franchigia dell’Oregon procedette per gradi, mettendo esperienza ed allenamento nel suo bagaglio ed apprendendo l’arte del tiratore puro da un giocatore più esperto come Wesley Matthews.
Ma questo non fu il caso dei più classici “Prendi l’arte e mettila da parte”.
Coach Stotts chiamava spesso in causa McCollum già dal suo secondo anno nella squadra, mettendolo in campo in momenti importanti dove poteva testare le sue doti tecniche ma anche la sua preparazione mentale ad una partita.
La guardia da Canton ha sempre dato risposte ottime sul campo: un ragazzo attento ai particolari, pronto ad apprendere sempre cose nuove ed a mettersi a completa disposizione della squadra. Caratteristiche che in un giovane non sempre vengono a galla da subito.
E Lillard, dopo un paio di partite dove McCollum fece intravedere diversi lampi di talento, gli mandò un messaggio come ai vecchi tempi. “Credimi: saremo io e te, nei prossimi 8-12 anni. It’s gonna be us two”.

Con Portland ai playoff, l’anno da sophomore di McCollum non era ancora terminato. In Gara 5, quella decisiva (per i Memphis Grizzlies) del primo turno, McCollum mise a segno 33 punti, suo massimo in carriera fino a quel momento. E non serviva rattristarsi per essere usciti già al primo turno, perché le basi per costruire un futuro florido c’erano eccome: Lillard, Aldridge, Batum, Matthews, McCollum e tanti altri.

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Intanto la sua malattia (nell’accezione positiva del termine, ci mancherebbe) per il giornalismo lo portò a creare un programma educazionale chiamato “CJ’s Press Pass”, al quale tanti studenti di Portland hanno partecipato con gioia ed interesse. L’obiettivo? Vivere una partita dei Trail Blazers da vero giornalista, vedere come lavorano i veri professionisti del mondo dei media e riportare tutto quanto come fosse un vero e proprio servizio. Conferenze stampa post-partita comprese, con tanto di domande allo stesso numero 3.

Tornando sul parquet, i minuti di CJ nella sua seconda stagione in NBA migliorarono ma non troppo. Ma nell’estate successiva arrivò la svolta.
La free agency allontanò dall’Oregon pezzi pregiati della franchigia come Aldridge (Spurs), Batum (Charlotte), Matthews (Dallas) e Robin Lopez (New York), portando buoni role player ma non eccelsi giocatori per una squadra che, soltanto pochi mesi prima, poteva sognare in grande.
E questa definizione, quella di role player, era proprio quella che spesso veniva accostata al nome di McCollum. Buon giocatore, discreto realizzatore. Ma esploderà mai? “Potremo mai fare davvero affidamento su CJ McCollum?”, si chiedevano i tifosi bianco-nero-rossi.
La risposta, come piace a lui, la diede sul parquet. Stotts, all’inizio di questa stagione, gli ha affidato il ruolo di guardia titolare al fianco del suo grande amico Lillard.
Sarò pronto. Potete contarci”. Frasi che potevano sembrare di circostanza, ma questo ragazzo andava preso sul serio da subito.

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In estate CJ, al telefono col papà, gli disse di aver pianificato una vacanza alle Hawaii con la sua ragazza. La risposta del padre fu chiara: “Bravo figliolo, stacca per un po’. Ma ricordati di lavorare bene sul tuo palleggio quando torni, ne hai bisogno!”. D’altronde, tale padre…
McCollum ha lavorato come un pazzo su alcuni dei fondamentali come palleggio, 1 vs 1 e passaggio, ampliando il suo arsenale e diventando un giocatore quasi completo. La sua etica del lavoro lo ha portato a migliorare in maniera rapida in una sola estate, ed i frutti del suo lavoro certosino balzarono agli occhi da subito anche a coach Stotts. “Certamente ho notato importanti miglioramenti in CJ, e la cosa non può che farmi piacere. Siamo contenti di lui, questa potrà essere la sua stagione”.

Ma tutti in preseason additavano Portland come indebolita, una delle più grandi delusioni dell’estate NBA e pronta al fallimento. La cosa fece letteralmente imbestialire la guardia da Canton, che aveva una voglia matta di smentire tutti i detrattori di una squadra giovane ma affamata come i Trail Blazers di quest’anno.

E la sua stagione la iniziò esattamente così.

37 punti, di cui 22 nel solo primo quarto.
IT’S McCOLLUM TIME!

La fiducia in sé, per il ragazzo col numero 3 sulla casacca, cresceva sempre più, e questo inverno ha portato solo conferme. A fine 2015, con Lillard fuori per infortunio, Stotts consegnò le chiavi della squadra in mano a McCollum, che divenne il go-to-guy della squadra durante l’assenza del suo playmaker.
La risposta di CJ fu questa partita qui.

Punti, difesa, rimbalzi, difesa, assist e ancora altri punti.
Un vero all-around player, un giocatore in grado di fare di tutto e di più, e quella sera sul parquet dei Kings McCollum era diventato onnipotente.
Ma non per caso.
Il duro lavoro paga sempre, e la storia di CJ McCollum ne è un esempio lampante. Un ragazzo che ha passato più periodi estivi in palestra che in vacanza, che ha sempre messo il 110% di sé stesso sul parquet di gioco non può che meritare tutto questo.
Ed ora, se Portland è arrivata ai playoff come 5^ classificata ed ha lasciato tutti a bocca aperta, il merito è anche suo.

lillard mccollum

Insieme a Lillard forma il secondo backcourt più forte dell’NBA dietro solo agli Splash Brothers di Golden State, è entrato nella Top 50 dei migliori realizzatori di sempre in maglia Trail Blazers ed è uno dei giocatori papabili per vincere il premio di Most Improved Player di questa stagione NBA, grazie alle sue cifre triplicate rispetto all’annata passata: 20.8 punti col 41% da 3 e l’82% ai liberi, 3.2 rimbalzi e 4.3 assist, a cui aggiunge anche 1.2 palle rubate a partita. Quando solo un anno fa di punti ne segnava solo 6.8.
E la sua passione per il giornalismo, che terminata la carriera da giocatore vorrebbe portare ad essere il suo lavoro, ci lascia capire che lo vedremo nel mondo del basket per parecchio tempo. In attesa di suoi interventi come analyst di ESPN o qualsivoglia emittente americana, ci godiamo i suoi interessantissimi articoli su The Players’ Tribune.
Suo fratello ha appena vinto il premio di MVP dell’Eurocup, lui potrebbe vincere quello di Most Improved Player in NBA.
E poco importa se ogni tanto gli piace dormire ancora nel lettone con sua mamma, la genuinità in un giocatore può portare solo a grandi cose.
Dai 157 cm del liceo ai palcoscenici dell’NBA, un cammino pieno di sudore, sacrificio e tante soddisfazioni personali.
Hard work beats talent, when talent doesn’t work hard”.

Avete ancora qualche dubbio su di lui?
Se sì, parlate adesso o tacete per sempre.
From the bottom to the top, CJ is ready to impress.

 

di Eugenio Agostinelli