“I’m not here
This isn’t happening
I’m not here, I’m not here

In a little while
I’ll be gone
The moment’s already passed
Yeah, it’s gone”

 

2 Ottobre 2000, i Radiohead pubblicarono Kid A,  il loro acclamatissimo quarto album in studio, che riuscì a non sfigurare a confronto del precedente capolavoro della band inglese, OK Computer.

Nella tracklist del disco comparì anche l’eterea How To Disappear Completely, da cui proviene lo stralcio di testo qui sopra.

Dopo appena 4 settimane da quella data sarebbe iniziata la quarta stagione da professionista con la quarta squadra diversa per Ron Mercer, arrivato come free agent a prendere per mano i moribondi Chicago Bulls post-secondo three-peat, coltivando grandi ambizioni personali, inconsapevolmente al pinnacolo della propria vita agonistica, destinato  sostanzialmente a sparire dai radar di lì ad appena 4 anni.

Lasciamo perdere le interpretazioni cabalistiche e concentriamoci sulla parabola descritta dalla carriera di questa promessa parzialmente mantenuta, solo così risulterà chiara la connessione con il brano scelto.

Ci siamo lasciati con un Sam Bowie che ora vive a Lexington, casa della “sua” University Of Kentucky, famosa sul piano sportivo per i Wildcats del basket.

Proprio da questa gloriosa squadra ripartiamo, muovendoci a ritroso fino al 1 Aprile 1996. Poche spiragli per le burle, quel giorno in New Jersey si giocò la finale per il titolo NCAA.

 

U Can’t Touch These

I Wildcats ’95/’96 avanzarono con l’incedere di un vero e proprio schiacciasassi, capaci come furono di chiudere la stagione con un impressionante 34-2 e una media di quasi 22 punti di scarto rifilati agli avversari.

Il roster era un magnifico agglomerato di giocatori NBA del domani, ben 9 di loro riuscirono difatti a compiere il grande balzo tra i pro: mentre il nostro protagonista odierno Ron Mercer era ancora acerbo (stagione da matricola), le chiavi della squadra vennero affidate alla guardia Tony Delk, giunto all’ultimo anno di college, e soprattutto alla duttilità del sophomore Antoine “The Genius” Walker.

Oltre a loro il roster annoverava i prossimi veterani della lega Nazr Mohammed e Derek Anderson, capaci di adornarsi le dita con un anello durante la loro lunga permanenza nella lega (Anderson in particolare lo conquistò proprio assieme a Walker, nelle memorabili Finals vinte dai Miami Heat del 2006).

Mark Pope e Walter McCarty, solide presenze nel pitturato, non riuscirono a lasciare impronte profonde nell’NBA ma condussero comunque carriere dignitose.

Questa covata probabilmente irripetibile si chiude con un paio di ussari perimetrali come Jeff Sheppard e Wayne Turner, entrambi passati anche per il campionato nostrano.

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Ad allenarli nientemeno che un gran visir del basket collegiale come Rick Pitino, fino a quel momento ancora a secco di campionati vinti.

In una cavalcata verso la gloria che parve inarrestabile Pitino si tolse pure la soddisfazione di estromettere in semifinale il rivale di sempre John Calipari, ai tempi alla guida di University Of Massachusetts, una delle sole 2 squadre che durante la stagione era riuscita a sconfiggere Kentucky.

Il titolo i Wildcats arrivarono a giocarselo contro i Syracuse Orangemen (l’unico team vittorioso su di loro nel corso dell’anno), una squadra composta da John Wallace e una decina di carneadi.

Benché apparsi come vittime sacrificali gli Orangemen vendettero cara la pelle, arrivando a un possesso di distanza a poco più di 4 minuti dalla fine; i Wildcats dal canto loro mostrarono una tenacia difensiva che mise in scacco gli avversari, rimasti quasi digiuni di punti negli ultimi minuti.

76-67 Kentucky al 40′, poterono partire i festeggiamenti e nacque il mito di una squadra presto ribattezzata The Untouchables.

A parte il solito Tony Delk, spiccò pure la grande prova di Ron Mercer, che sceglie la migliore partita per realizzare il suo season high, 20 punti (dopo un anno a 8 di media) in 27 minuti con il 75% dal campo.

L’anno dopo Kentucky dovette fronteggiare le partenze delle star Walker e Delk, terminati rispettivamente a Boston (appuntatevelo) e Charlotte, oltre a McCarty (Portland) e Pope (Indiana). Il nuovo roster si compose così dai reduci più il centrone canadese Jamaal Magloire, ovvero l’All-Star NBA (e pure a rischio MVP della partita) più improbabile visto da questo lato di Adrian Smith.

La punta di diamante della squadra non potè che divenire Ron Mercer.

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Prima di scoprire come andò è necessario un breve identikit del nostro eroe odierno: nato a Nashville un paio di decadi prima, guardia con licenza di ala piccola, 2.01 con leve capaci di muoversi a gran velocità e un atletismo che fece alzare parecchie sopracciglia.

Aggiungeteci un amore per il gonfiamento della retina spesso corrisposto dal canestro, sia con letali sospensioni dalla 5-6 metri che attraverso una vasta gamma di conclusioni in prossimità del ferro, (al quale arriva spesso bruciando l’avversario con un primo passo notevole) spesso arricchite da movimenti in spin.

Stiamo parlando di un prospetto che ricevette tale considerazione durante l’ultimo anno di high school da venire regolarmente nominato prima di qualunque suo coetaneo.

Garnett? Abdur-Rahim? Carter? Jamison? Cioè, per carità, bravini eh, però Mercer…

Guidati da Ron, i Wildcats si dimostrarono relativamente più affondabili della loro versione precedente, arrivando sì alle Final Four di Indianapolis, ma con 4 sconfitte nel ruolino di marcia.

Queste considerazioni in realtà potrebbero corrispondere alle pie illusioni con cui si autoconvincevano gli sventurati che li doverono affrontare, per poi magari tornare a casa con un quarantello sul groppone.

In semifinale, contro i Minnesota di Bobby Jackson, Mercer terminò con 19 punti ma prendendosi ben 21 conclusioni dal campo; l’opaca giornata al tiro del loro leader non impedì a Kentucky di ottenere il pass per giocarsi un back-to-back.

Si arrivò così alla finale: i Wildcats, di bianco con striscia laterale blu vestiti, se la doverono vedere contro i Wildcats, dalle canotte blu scuro, a parte una striscia laterale bianca.

No, non immaginatevi una sorta di mirror match tra 10 Sub Zero egualmente divisi o un duello finale intestino come tra i protagonisti di Double Dragon, a quanto pare la vita reale non permette tali  meraviglie.

La spiegazione è ben più razionale: l’altra finalista,  Arizona (sede a Tucson) condivide lo stesso nickname di Kentucky e presenta colori rappresentativi molto simili.

Potete guardarvi tutto il match o affidarvi a un breve resoconto scritto delle ultime azioni, a voi la scelta.

 

Portiamoci a un minuto dal termine di una partita splendidamente estenuante, con una ventina di cambi al comando e altrettante volte con il punteggio in parità.

Arizona fallì nel profittare di un flagrant a proprio favore, ma un paio di liberi di Mike Bibby (star della squadra, alla pari di Jason Terry) nel finale diedero un +4 che in un incontro così serrato pesarono come un incudine. Kentucky non era ancora doma, e prima Mercer poi Epps in extremis infilarono canestri dalla lunga distanza.

74 pari alla sirena, supplementari.

Occorsero quindi altri 5 minuti di lotta senza quartiere; Arizona apparve spompa ma Kentucky segnò appena 2 punti in tutto l’extra time, esclusa una bomba a giochi ormai decisi.

Mercer spese i restanti 3 falli a sua disposizione, uscendo a 41 secondi dalla fine con appena 13 punti in saccoccia e una gara di grande generosità, soffrendo un ispiratissimo Miles Simon.

Ron fu costretto ad assistere impotente alla resa incondizionata dei suoi; 84-79, il titolo cambiò mano, i possibili Untouchables  2.0 si scoprirono non essere tali.

L’uccisione del contabile di Kentucky da parte di Arizona venne correttamente sanzionata con un tiro libero e possesso.

Si chiuse così la fase collegiale di Ron, che poté ad ogni modo bussare al portone dei grandi forte dell’inserimento nel migliore quintetto dell’anno.

Gli award individuali furono monopolizzati da un certo Tim Duncan, il vostro nuovo Brad Daugherty.

Gli award individuali furono monopolizzati da un certo Tim Duncan, il vostro nuovo Brad Daugherty.

Passato poco più di un mese dalla delusione di Indianapolis, Pitino ufficializzò la sua “promozione” sulla panchina dei Boston Celtics, da troppo tempo lontani dal giro che conta.

Il draft che si sarebbe tenuto di lì a poco sarebbe stato cruciale per i verdi: secondo peggior record uscente della NBA, davanti solo agli Spurs,  sui quali calarono parecchi sospetti di tanking attraverso un infortunio di David Robinson dai tempi di recupero eccessivamente prolungati.

I Celtics dal canto loro avevano il 36% di possibilità di poter scegliere per primi, percentuale aumentata dalla prima scelta di Dallas, ottenuta anni prima.

Da un best case scenario di pick n.1 e 4, Boston venne infine sorteggiata solo per la 3 e la 6; non senza sorpresa, dopo che Duncan e Keith Van Horn furono firmati rispettivamente da San Antonio e Philadelphia, i Celtics optarono non per Mercer, ma bensì per il play di Colorado Chauncey Billups.

Pitino nei giorni precedenti alla lottery cercò di confondere le acque fingendo disinteresse per Ron; obiettivo raggiunto, con la sesta scelta il coach Celtics riuscì a reclutare uno dei suoi uomini di fiducia rimasto ancora libero.

Mercer non fu l’unico ex Kentucky a cercare casa a Boston durante quell’estate: i Wildcats campioni nel ‘95/’96  si riformarono parzialmente con l’approdo alla Olde Towne di Walter McCarty e, come detto, anche di coach Pitino, subentrato a Michael Carr. Il terzetto si ricongiunse a un già convincente Antoine Walker, fresco di All-Rookie Team.

 

Pronti via, la notte di Halloween avviene il debutto al FleetCenter contro i bicampioni uscenti Chicago Bulls: si partì maluccio, 32-12 dopo il primo quarto per gli ospiti (senza Pippen peraltro, fuori quasi metà stagione per un infortunio al piede).

Il trio di ex-Kentucky partì nello starting five, eppure i Bulls disposero facilmente di avversari inesperti, supportati dall’unica chioccia Dana Barros.

Dopo lo shock iniziale il Celtic Pride trasalì prepotente nell’animo dei volenterosi padroni di casa, che ribaltarono l’inerzia riuscendo a chiudere con un clamoroso 92-85 a proprio favore. 11 punti per Mercer, adombrato da un ottimo Billups in uscita dalla panchina e da un Walker top scorer a quota 31.

Una bella favola no? Questa rimpatriata alla corte del leprecauno mise sul tavolo tutti gli ingredienti per un prosieguo disneyano.

L'anno di Roy Rogers nei Celtìcs.

L’anno di Roy Rogers nei Celtìcs.

La realtà, però, si espresse in ben altri termini: Boston vinse solo altre 35 delle altre 81 partite, fermandosi appena al dodicesimo posto sulle 15 squadre dell’Eastern Conference.

A fare le spese del malcontento che ben presto affiorò fu proprio il compare di draft di Mercer, quel Billups che i Celtics cederono dopo pochi mesi a Toronto, preferendo l’uovo oggi, nella contropartita del medagliato play Kenny Anderson.

Sulla falsariga di quanto accaduto in NCAA la stagione precedente, Ron venne riconosciuto come migliore guardia tra le matricole ma il debuttante dell’anno, e di tutti i 6 singoli mesi, non potè che risultare Tim Duncan, convocato pure alla partita domenicale dell’All-Star Game.

Possiamo fare grandi cose insieme, once a Celtic, always a Celtic! Oh, beh, a parte tu Chauncey. Tu, ecco... sì, tu sei fuori.

Possiamo fare grandi cose insieme, once a Celtic, always a Celtic!
Oh, beh, a parte tu Chauncey. Tu, ecco… sì, tu sei fuori.

(Nel mentre i Wildcats conquistarono il secondo titolo in 3 anni, una classe operaia che andò in paradiso e in cui a risaltare fu un responsabilizzato Sheppard.

Per rivederli sul gradino più alto del podio occorrerà aspettare il 2012 con Anthony Davis coadiuvato da Terrence Jones e Kidd-Gilchrist e, ironicamente, Calipari in panchina).

La stagione del lockout rivide i Celtics alla piazza n.12 della Eastern, con una percentuale di vittorie persino peggiorata.

Il segnale più incoraggiante emerso dalle 50 partite per i C’s corrispose a quello più scomodo per Mercer: Paul Pierce, il novellino draftato alla 10, prometteva davvero bene, tanto da guadagnarsi immediatamente il posto da titolare, proprio a fianco di Ron, al quale però si sovrapponeva per varie caratteristiche fisiche e tecniche.

L’anno ’99/’00 sarebbe stato l’ultimo di contratto per Mercer, così la dirigenza operò una scelta drastica nell’affidarsi al non ancora The Truth e provando a capitalizzare quanto possibile con una cessione di Ron già nell’estate.

L’accordo fu trovato con i Denver Nuggets mediante una trade a 6 giocatori, con i Celtics che ottennero in cambio il talento rimbalzistico di Danny Fortson, oltre a Eric Williams, Eric Washington e una futura scelta.

In Colorado Mercer ritrovò Billups, altra anima in pena di quegli anni, costretto a continui cambi di casacca prima di trovare la meritata consacrazione a Detroit.

In prossimità di compiere il giro di boa, Denver si barcamenava attorno al 50% di vittorie. La squadra non difettava in talento: un McDyess voglioso di risuturare la ferita lasciata dall’addio di Mutombo 3 anni prima, spalleggiato dall’intimidatore LaFrentz. L’aggressiva difesa della matricola James Posey e la vorticosa regia di un Van Exel in grande spolvero si incastravano con la pericolosità offensiva di Mercer, capace di bersagliare il canestro avversario con 18 punti di media.

Come accaduto ai Celtics, anche i Nuggets si ritrovarono però ad affrontare al grana del contratto di Ron in scadenza a fine stagione: la linea di pensiero fu la stessa seguita da Boston, cercare uno scambio pur di non lasciarlo andare via gratis.

Orlando si dimostrò interessata e mise sulla bilancia Abdul-Wahad e un Chris Gatling in calo di rendimento; nella città di Disney World si sarebbe dovuto spostare anche il nativo di Denver Billups, free agent pure lui da Giugno, K.O. per un serio infortunio alla spalla già da qualche mese.

Non senza perplessità il factotum dei Nuggets Dan Issel accettò l’operazione: da Febbraio Mercer avrebbe indossato la canotta con la quale brillò il suo idolo Anfernee Hardaway.

L’esperienza con i Magic si concluse con un beffardo nono posto e la conseguente esclusione dalla post-season per una sola sconfitta di troppo. Per Ron era già tempo di rifare le valigie, nuove avventure lo stavano aspettando nella zona dei Grandi Laghi.

 

MERCER-SIDE RED

I Chicago Bulls, forti di un ampio salary cap, erano alla ricerca disperata di un nuovo condottiero che potesse ridare lustro al loro impero, dopo essersi ritrovati in una sorta di desertica cittadina postatomica in seguito all’addio congiunto dei Big 3 nel 1998.

A quel triennio di glorie seguirono difatti un paio di stagioni infernali: i Tori erano freschi di un orribile record 17-65 nel 1999/’00, che fece eco al 13-37 del precedente anno.

Chicago sognò in grande nell’estate del 2000: prima Tim Duncan (che scelse invece il primo dei tanti rinnovi con gli Spurs), poi quel Tracy McGrady che già da matricola avrebbe potuto finire in Illinois, se solo Jordan non avesse posto il veto sul trasferimento di Scottie Pippen agli ancora Vancouver Grizzlies in cambio della loro quarta scelta al draft 1997.

T-Mac preferì invece trasferirsi a Orlando, palesando lo spreco compiuto dai Raptors per 3 lunghe annate.

Anche Grant Hill, Eddie Jones e Tim Thomas furono invitati a visitare la Windy City, ricevendo tutti un trattamento con i guanti bianchi durante il loro soggiorno, ma senza successo.

A forza di rifiuti in Illinois si “accontentarono” di firmare Mercer, offrendogli un ricco quadriennale. Affare fatto.

Per Ron questo status di ripiego funse come ulteriore propellente, al punto di sbilanciarsi spronando i fan a guardare oltre i recenti tempi di vacche grasse, riponendo fiducia in un futuro dalle tinte rosee.

Il sobrio tatuaggio sulla spalla tornava utile in caso di momentanee amnesie.

Il sobrio tatuaggio sulla spalla tornava utile in caso di momentanee amnesie.

Mercer combinò con il roccioso Elton Brand (fresco co-rookie dell’anno passato assieme a Steve Francis) spartendosi una quarantina di punti a uscita.

Ciò non fu sufficiente a rianimare un attacco asfittico: nonostante valide opzioni come Artest e Brad Miller i Bulls chiusero con la più bassa media punti della lega e, nonostante l’alta percentuale di tiri sbagliati e il contributo di Brand, furono i peggiori anche per rimbalzi catturati.

Il fatturato fu un’inguardabile 67 nella casella sconfitte, ancora peggio del disastro di 2 anni prima.

Ceduto Brand e sostituito nel pitturato dai rookie Chandler ed Eddy Curry, con un Jamal Crawford in ascesa, la stagione seguente non iniziò comunque lasciando intendere auspici migliori: 13 sconfitte sui primi 15 incontri, compreso l’indegno crollo con i Timberwolves, che umiliarono i Bulls con uno scarto finale di 53 punti.

I sogni di gloria con Chicago, già ampiamente compromessi, si interruppero per Mercer durante Gennaio del 2002, non tanto (o non solo) per essere stato piallato in questa maniera da un quasi 39enne con ancora parecchi Magic Point in saccoccia:

Il giorno in cui Ron imparò  sue spese che a pronuncia corretta è LeviOsa, non LeviosA.

 

Il 22 dello stesso mese Ron si ritrovò coinvolto in una funesta carambola durante un match contro Miami, terminata con Charles Oakley franatogli sul ginocchio dopo aver preso sfondamento da Alonzo Mourning.

Di lì a qualche settimana venne spedito a Indianapolis, con i Pacers probabilmente più ingolositi dall’approdo concomitante di Brad Miller e Ron Artest, per i quali acconsentirono ad allontanare Travis Best e Jalen Rose.

Ron sarebbe tornato nella città delle brucianti finali collegiali del 1997, giocando a poco più di un kilometro dalla RCA Dome che le ospitò.

Fermiamoci un attimo ora.

Cosa sta andando storto nella carriera di Ron Mercer? Che ne è del fenomeno ai tempi considerato superiore agli altri esponenti della classe ’76?

Lui in fondo rimase lo stesso giocatore, ed è forse quello il problema: mentre gli altri giovani ingranavano le marce alte Ron aveva evidentemente sviluppato quasi appieno il suo potenziale già come teenager.

Guardando il lato oscuro della luna il difetto più evidente del gioco di Mercer è la fase difensiva troppo spesso trascurata, sintomo di una carriera trascorsa senza abbastanza sangue negli occhi.

Grandi capacità di far male dalla media, come già enunciato, alla quale però si contrappose una bizzarra sterilità da fuori l’arco, imbucando complessivamente solo un tiro su quattro.

La quantità di palloni persi particolarmente alta per non essere un play e le percentuali dal campo talvolta rivedibili riferiscono di una confidenza talvolta malriposta sulle proprie capacità di terminare in prima persona un’azione d’attacco, al punto che anche George McCloud (l’uomo con il record per tiri da 3 tentati in una singola partita) gli mosse critiche in tal senso ai tempi in cui i 2 erano compagni ai Nuggets (e le ruggini portarono a una loro breve scazzottata quando Mercer era nel periodo Magic. Ron tra l’altro era in panchina, infortunato, ma vabbeh).

Torniamo a Indianapolis : Mercer rientrò giusto in tempo per l’ultimo stralcio di stagione con gli hoosiers, soggetto a un minutaggio alquanto discontinuo.

La volata finale vide Indiana acciuffare l’ultimo posto utile per i playoff in una Eastern ultraequilibrata; incrociati con i New Jersey Nets del tuttofare Jason Kidd, Reggie Miller e compagni stremarono gli avversari, arrendendosi solo dopo 2 tempi supplementari nella risolutiva trasferta di Gara 5, in cui Mercer la piccola soddisfazione di una partita di grande sostanza alzandosi dal pino, potendo congedarsi con 20 punti e percentuali che gli competevano.

 

Mercer e Miller mentre seguono con trasporto le azioni dei loro compagni in campo e/o svolgono prove tecniche per un centopiedi umano ante litteram.

Mercer e Miller mentre seguono con trasporto le azioni dei loro compagni in campo e/o svolgono prove tecniche per un centopiedi umano ante litteram.

Il secondo anno passato in divisa Pacers si chiuse invece nella maniera più beffarda per Ron, coinvolto nei giochi ormai stabilmente dalla panchina.

Indiana catturò la seed n.3 al termine della regular season. Ottima, almeno in teoria.

I loro avversari al primo turno? Proprio i Celtics: Paul Pierce, certo, ma anche gli ex Untouchables Walker, McCarty e pure Tony Delk, arrivato da Phoenix la stagione  prima.

Boston conquistò il vantaggio del campo con una vittoria corsara in Gara 1 e tanto bastò ai verdi per chiudere vittoriosamente in 6 partite.

Il referto di Gara 6 segnò virgola per Mercer: 5 conclusioni e altrettanti errori in 9 minuti, in quella che si sarebbe rivelata la sua ultima apparizione in una serie di playoff.

Quell’estate Ron viene coinvolto in una trade a 3 squadre. Next stop: San Antonio.

All’interno della rosa dei neocampioni texani Mercer si trovò in una situazione paradossale, sfruttato come sesto uomo di lusso, pure troppo: il suo contratto era il più oneroso della squadra dopo quello di Tim Duncan, al punto che Ginobili e Bruce Bowen, per i quali Ron fungeva da cambio, non si avvicinavano neppure sommando i salari.

Per Mercer uno stop già a Novembre con una caviglia sinistra, ma soprattutto una difficoltà a entrare nei meccanismi (specialmente difensivi) degli Spurs; il fatturato di 5 punti in soli 13 minuti di utilizzo fu lo specchio di uno splendido solista che stonava nell’equilibrata orchestra di San Antonio.

L’insofferenza dello spogliatoio portò il front-office Spurs a scegliere di rescindere il contratto di Ron a fine Febbraio 2004.

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L’ultimo tango Mercer non lo ballò a Memphis ma a New Jersey, proprio dove tanta gloria arrivò in quella finale NCAA del ’96: i Nets lo firmarono con un biennale ma un nuovo infortunio al ginocchio, ben più grave di quello sofferto a Chicago, lo limitò notevolmente.

New Jersey scelse di defenestrarlo sfruttando la sua unica possibilità di amnesty di contratto già nell’estate 2005, proprio per non avere (e dover pagare) Ron a libro paga anche per il secondo anno.

Mercer ci riprovò nel summer camp 2006, alla ricerca di un posto nel roster dei Seattle SuperSonics, a loro volta giunti forse non del tutto consapevolmente agli ultimi fuochi d’artificio della loro storia.

Ron Mercer-Seattle SuperSonics: un possibile matrimonio da Bomba Zar di nostalgia visto ora.

Un acuto dolore alla schiena però decise per lui, non c’era più nulla in cui sperare. La guerra è finita, almeno per Ron.

Purtroppo la fase di lento tracollo seguì binari già visti per altre meteore: Mercer venne dimenticato in breve tempo, tornando a far parlare di sé solo per eventi come una rissa con i buttafuori di uno strip club.

Oggi Ron, attraverso il suo sito ufficiale, propone ancora degli stage per poter migliorare le abilità cestistiche e fino a qualche anno fa si offriva per presenziare a cerimonie e funzioni (!); nondimeno, è possibile oggi seguire le sue peripezie sulle 18 buche e altre varie ed eventuali via Twitter.

Il basket che conta lo abbandonò (e lui stesso, di contro, poco fece per rientrarci), salvo rarissime eccezioni.

In nome dei bei tempi andati quei grandiosi Wildcats del 1996, che Pitino ancora oggi non esita a definire enfaticamente la più grande squadra di sempre, si sono reincontrati di recente a distanza di 20 anni.

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A Lexington? Certo che no, a Miami! O… ooook?