L’obiettivo di questo pezzo è parecchio ambizioso e lo voglio subito mettere in chiaro: redimere Dominique Wilkins.

Una redenzione che sia davvero tale deve iniziare dal punto più basso, quello nel quale l’eroe è a terra, distrutto, sbeffeggiato. Quel momento Wilkins l’ha vissuto il 31 maggio 1998: il tiro da 4 di Danilovic.

Quel riflesso, probabilmente involontario, di allungare il braccio verso la palla che Sasha tiene salda tra le mani poco prima di spingerla in fondo alla retina insieme ai sogni di gloria fortitudini è la macchia nera che ha coperto e copre tutt’ora agli occhi di tanti la grandezza del giocatore che hanno potuto ammirare bolognesi, italiani, europei per un anno intero. L’immagine di un Hall of Famer, un capocannoniere e primo quintetto Nba (1986), un 9 volte All Star (1986-1994) che aveva incantato tanto la Bologna biancoblu quanto quella bianconera in un’annata nella quale aveva viaggiato a 17,8 punti e 7,3 rimbalzi di media, cancellata con un colpo di spugna.

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Chi era Dominque Wilkins? Certo, quello visto a Bologna era ormai un anzianotto (sportivamente parlando, altrimenti qua c’è da piantarsi una pallottola alla tempia) sul viale del tramonto, ormai 37enne e con diversi acciacchi che non potevano più farne lo “Human Highlight Film” dei tempi dei due Slam Dunk Contest Nba vinti. Ma le movenze feline, quella panterona di 203 centimetri, le ha fatte vedere eccome con la Effe sul petto.

Il primo trofeo della storia della Fortitudo, la Coppa Italia 1998 arrivata qualche mese prima che la maligna parabola di quel serbo insensibile dipingesse il momento più indimenticabile della storia del basket italiano, arriva con lui in campo. Carlton Myers si prende l’Mvp della competizione, ma l’ex Hawks firma a fuoco la finale contro la Benetton Treviso con una partita da 21 punti e 13 rimbalzi. Una partita in ufficio per Nique, di quelle che fa vedere in abbondanza durante tutta la stagione. Anche nei derby, come in quello di ritorno di regular season nel quale scrive 22 con 13 rimbalzi. E pure in gara 3 di finale, la vittoria che sembra proiettare la Teamsystem verso il titolo, nella quale maciulla la Kinder con l’ennesima doppia-doppia stagionale a 20+12.

Il sinistro presagio di quel che sarà arriva in gara 4, con la Teamsystem che vede lo scudetto roteare sul ferro insieme alla tripla della vittoria di Wilkins sulla sirena. Certo, il tiro pesante non è mai stata la sua arma migliore (25% nella sua stagione italiana, 31,9% in Nba) e anche quella sera l’1/6 dalla lunga distanza non era statistica di cui vantarsi. Nonostante tutto, lo spiffero di una porta, il sospiro della Fossa, un ferro più allentato e sarebbe stata gloria eterna. Ma così non doveva essere.

Gara 5 cancella tutto, annienta un popolo che toccava il cielo con un dito e lo costringe a ripartire dalle macerie. Ma non era quello di quel 31 maggio, Dominique Wilkins. Perdente, così lo apostrofano da allora, da quella notte di dramma per mezza Bologna, di apoteosi per l’altra. È vero, anche in Nba, negli anni buoni, non si è mai messo l’anello al dito. E allora? Dareste mai del perdente a Charles Barkley o a Karl Malone? 12 anni ad Atlanta nei quale ha spinto di forza gli Hawks nel salotto buono di una Eastern Conference nella quale giravano brutti ceffi come Bird e Jordan, i Bad Boys e l’ultimo Doctor J, Pat Ewing e Sidney Moncrief. I duelli con l’altro astro nascente della sua generazione, His Airness, sono leggendari. E a quote difficilmente raggiungibili nell’era precarteriana:

Perdente. Un perdente campione del mondo 1994 E non certo da rincalzo. Perché il Dream Team II, quello senza Jordan, Magic e Bird che Shaq definì “in grado di battere l’originale”, lo vede 34enne nel ruolo di “terzo violino” della squadra, scrivendo 12,6 punti col 65% da 2 e pure il 38% da quella linea da 3 punti con la quale ha sempre avuto un rapporto difficile. E la miglior prestazione nella rassegna coincide con la finale contro la Russia, seppellita sotto un bel quarantello con Wilkins nel ruolo di mattatore con 20 punti in 22’.

“Sì vabbè, in squadra con Dan Majerle”. Perché a Barcellona non c’era Chris Laettner?

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Perdente. Un perdente campione d’Europa 1996. Quando nell’estate 1995 Wilkins sbarca a Oaka con l’obiettivo di spingere finalmente il Pana al top anche lontano dal Partenone (per 7 miliardi di buoni motivi), il suo impatto sul basket europeo è quello di uno tsunami.

Il 14 dicembre dello stesso anno l’Highlight Umano tocca per la prima volta le tavole dell’allora palasport di Casalecchio di Reno, non ancora PalaMalaguti. È forse una delle sue peggiori partite stagionali, chiusa a “soli” 12 punti. Ma Danilovic è a maledire lo showbiz americano dall’altra parte dell’oceano e il tiro da 4 ancora non l’ha nemmeno fantasticato nei suoi sogni più bagnati. Il Pana passa a Casalecchio per 69-72 e si lancia verso i quarti di finale.

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Le Final Four di Eurolega sono in programma a Parigi, città dove il piccolo Dominique è nato nel 1960, visto che il padre, militare, era di stanza nella capitale francese. Un ritorno in gloria nell’antro natio non vuole farselo sfuggire per nulla al mondo. L’ultimo ostacolo sulla strada verso la Torre Eiffel si chiama Benetton Treviso, con la squadra di Henry Williams e Zeljko Rebraca col fattore campo dalla propria. Il Pana fa il suo dovere a Oaka, cade in gara 2 al PalaVerde ma trascinata da un Wilkins da 26 punti con 10/15 dal campo e 6 rimbalzi fa il colpo grosso in gara 3, quella della stoppata di Vrankovic sul possibile tiro-vittoria di Rebraca a fil di sirena. Stoppata, Vrankovic, fil di sirena: segnatevi queste parole, le ritroverete poco sotto.

Ora sotto la Torre Eiffel ci è arrivato. Ma Dominique vuole salire fino in cima, fino al terzo piano, fino alla punta che illumina l’Europa. Al primo piano c’è ad attendere il Cska di Karasev e Panov, di Nwosu e Kisourin, che conosce bene per aver già bastonato a dovere a Toronto due anni prima. Quello che fa in quella partita è il manifesto del Dominique Wilkins europeo. 35 punti con 10/18 dal campo e 8 rimbalzi, un dominio totale segnando da sotto, da fuori, dalla media, di potenza, di talento. Una delle più clamorose prestazioni individuali mai viste in una Final Four di Eurolega. Finisce 81-71, si può salire al secondo piano.

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C’è una bella vista da qua, le automobili e le persone che brulicano laggiù sembrano piccole piccole. Ma sarebbe un peccato non arrivare fino in cima, dominare Parigi. Ma lassù vuole salirci anche Arturas Karnisovas, il condottiero lituano di un Barcellona che tenta l’assalto al titolo per la 4° volta. Tra Nique e il trono è rimasto solo lui, colui che lo sostituirà in Fortitudo dopo la tragedia del tiro da 4 riuscendo laddove lui aveva fallito: cucire il tricolore di fianco all’Aquila sui petti biancoblu. Con l’aiuto fondamentale di un tale di nome Vrankovic. Ma questa è un’altra storia, i tempi sono bel lontani dall’essere maturi.

Wilkins è l’uomo del destino che di verde vestito aspira alla corona di re nella città che per la prima volta lo baciò in fronte. In campo, la sfida è stellare. Karnisovas flirta con la tripla-doppia (chiuderà a 23 punti, 8 rimbalzi e 6 assist), ma Wilkins, pur lontano dai livelli del match col Cska, non è da meno e con 16 punti e 10 rimbalzi trascina i suoi di peso fino al +10. I tifosi del Real, dopo l’eliminazione in semifinale per mano dei rivali di sempre, inneggiano all’ex Hawks insieme all’Horto Magiko, ma il Pana pare sentire le vertigini del terzo piano e si inchioda sul più bello. Il Barça rientra fino al -1 e quando Montero ruba palla a Giannakis con 6” da giocare involandosi solitario in contropiede, la maledizione blaugrana sembra destinata a spezzarsi. Stoppata, Vrankovic, fil di sirena, avevate segnato tutto, no?

Tra polemiche e antidoping, ricorsi e polemiche, il Pana e Wilkins ce l’hanno fatta per la prima volta: i biancoverdi sono i primi greci campioni d’Europa, Nique finalmente vince qualcosa di importante con un club, prendendosi anche la meritata palma di Mvp delle Final Four. Al terzo piano, con corona in testa e scettro in mano, Parigi è davvero bellissima.

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