Il mio sogno non è la NBA. E’ il Real Madrid

Ricordo bene le Final Four di Eurolega 2015. Le ho vissute a due passi del campo. Una delle immagini più vivide, o meglio dei suoni che ancora mi ronzano nelle orecchie, è quella del tifo madridista che accompagna ogni canestro di Sergio Llull invocando con tono baritonale quel cognome che tanto si presta: LLUUUUULL, LLUUUUULL, LLUUUUULL. Quel richiamo cavernoso, che assomiglia tanto foneticamente ad un “buh” ma che invece esprime sentimenti diametralmente opposti, è ormai fin troppo abituale al Barclaycard Center. Dentro c’è tutto il legame speciale che lega il minorchino alla camiseta blanca. Come si spiega altrimenti la decisione che prende due mesi dopo aver alzato la novena di rifiutare i 24 milioni di dollari per 3 anni messi sul piatto dagli Houston Rockets e di rinnovare con il Real fino al 2021?

Pur nascendo a Mahon, città principale dell’isola di Minorca, è come se Sergio Llull Melià fosse nato col sangue blancos nelle vene. Ed il basket nei geni, visto che papà Paco era stato giocatore e presidente della squadra dell’isola. “Tutti madridisti in casa”, conferma Ivan, il fratellino di Sergio, anche lui giocatore (a Barcellona in Liga EBA, la nostra serie B). Dell’isola meno famosa e battuta dal turismo di massa delle quattro che compongono l’arcipelago delle Baleari, Sergio ha ereditato però i tratti caratteriali: quelli di un ragazzo tranquillo, lontano dai riflettori, amante del cinema e delle serie tv, legatissimo alla sua famiglia e al suo cagnone Buddy, sempre grande protagonista dei suoi tweet:

[Non ve lo ricordavate Buddy medaglia di bronzo olimpica?]

 

A 4 anni, il piccolo Sergio già scorrazza come un forsennato sui parquet dell’isola negli intervalli delle partite di papà Paco ed è già entrato nella cantera del La Salle Mahon, la società che di Paco è la casa. Ci mette poco a mettersi in mostra come un talento fuori dal normale. “Fisicamente, era più piccolo degli altri ma la sua velocità e la sua elettricità erano già quelle di oggi”, lo ricorda papà. Ed è davvero singolare che questa sua elettricità in campo sia quanto di più lontano dal Sergio di tutti i giorni.

Ma quello che fa la differenza è che lui non vuole mai perdere, è quello che gli dà quel qualcosa in più. Non mi lasciava vincere mai, per questo ha vinto tutto”, confessa il fratello Ivan. I riflettori su Sergio, però, si accendono all’età di 14 anni, quando in una partita tra la sua squadra e quella di Alaior, altro paesino dell’isola, mette in piedi un vero e proprio show: 71 punti e 19 assist nella vittoria dei suoi per 117-105.

Segnicchiano sti ragazzini di terza media

 

La partita finisce su internet e mezza Spagna impazzisce per quel piccoletto che va su e giù per il campo a velocità supersoniche per i ragazzini della sua età. Manresa, uno dei settori giovanili più attenti della nazione, fiuta l’affare e lo convince a sbarcare in Catalogna, paradossalmente proprio nella terra che più è refrattaria al centralismo madrileno e alla sua massima espressione sportiva, il Real. E così a 15 anni lascia l’isola natia e tutto solo approda sul Continente.

Cresce il piccolo Sergio, cresce in altezza (arrivando ai 190 centimetri attuali) e crescono le abilità nel maneggiare il pallone. Poco più che maggiorenne, nel 2005, dopo una stagione in prestito nella quarta serie spagnola, rientra alla casa base per esordire in Liga LEB, la nostra A2. Rafa Martinez lo prende sotto la sua ala protettrice, i due diventano amicissimi, la guardia attualmente al Valencia gli fa praticamente da fratello maggiore. E lui come lo ringrazia, anni dopo?

[Il Valencia era primo in ACB, imbattuto in casa e a +9 a 3’ dalla sirena]

 

Se la velocità, la reattività e l’essere continuamente in movimento tanto in attacco quanto in difesa sono le caratteristiche più evidenti del suo gioco “normale”, Llull è ancora uno squalo nel sentire l’odore del sangue ed affondarci i denti quando la partita entra negli attimi decisivi. Quel pazzesco canestro a Valencia nello scorso febbraio ha dentro di sé una robusta dose di “fattore C”, ma è l’atteggiamento con il quale va a costruirselo che porta le stimmate de “llullismo”. Mentre Diot va ad appoggiare in terzo tempo con la mano sinistra il 94-92 degli arancioni, la Fonteta e mezzo Valencia stanno già festeggiando, mentre i madridisti restano pietrificati per qualche frazione di secondo. Ed è in quella che il play-guardia da Mahon si tuffa come un rapace che ha puntato la preda: ricezione della rimessa da Reyes, un palleggio con lo sguardo già proiettato verso l’altra metà campo, tiro.

Il risultato è casuale, la prestazione no”, direbbe Zeman. Ecco, Llull è uno zemaniano del basket. Lo è nella costante ricerca del miglioramento attraverso il lavoro in palestra, lo è nella predilezione per un gioco spettacolare e a ritmi alti. Quello che ha trovato nel Real di Pablo Laso e che ne esalta le doti all’ennesima potenza. “Con lui abbiamo iniziato a fare le cose per bene – conferma Sergio in questo bellissimo documentario realizzato su di lui da Euroleague “Dr. Sergio & Mr. Llull – abbiamo iniziato un progetto di lungo periodo, cambiando uno, due o massimo tre giocatori all’anno e quando nel 2011 è arrivato con il suo modo di giocare abbiamo ripreso a vincere titoli e a tornare dove il Real merita di stare. Penso che il suo stile di gioco è quello che mi calza meglio, a me come al Real Madrid: uno stile più gioioso e dinamico, più veloce e spettacolare da guardare. È anche per questo che la gente si sente maggiormente legata al basket qui a Madrid in questi ultimi anni”.

Eppure la prima stagione al Real dell’ex Trieste (sì, Laso ha giocato una stagione a Trieste agli ordini di coach Pancotto), quella 2011/2012, non fu per nulla facile per l’allora ventiquattrenne, reduce dalla prima annata in doppia cifra di media per punti in maglia bianca e dall’inserimento nel secondo quintetto di Eurolega. Una stagione particolare, dato che è quella del lockout NBA che vede il Real perdere per strada Rudy Fernandez e Serge Ibaka dopo tre mesi proprio per tornare dall’altra parte dell’Atlantico e che, per Llull, arriva dopo anni nei quali pian piano la camiseta blanca si è tatuata sulla sua pelle.

Il minorchino era sbarcato a Madrid nel 2007, con 20 anni sulla carta d’identità e tanti punti interrogativi nonostante la corte serrata di mezza Spagna. La stagione precedente aveva persino rifiutato il Real perché convinto che non avrebbe trovato spazio e preferendo così restare ancora una stagione a Manresa. Ci aveva provato anche il Barcellona a farlo spostare di qualche decina di chilometri e fare coppia con Navarro. “No, grazie”, la risposta del giovane Sergio. E non devo neanche spiegarvi il motivo.

Nel Real cresce passo dopo passo sotto le mani di Joan Plaza prima ed Ettore Messina poi. Ma la squadra non carbura mai davvero fino all’avvento di Laso e di quel Sergio Rodriguez la cui ingombrante presenza se non è stata un freno ha quantomeno tolto molti riflettori dal suo omonimo dalle Baleari. Ma anche in Nazionale Llull è dovuto sottostare per anni all’ombra degli altri grandissimi esterni iberici: d’altro canto, provate voi a farvi spazio tra Navarro e Raul Lopez, Rubio e Calderon e da tutti loro ha saputo prendere qualcosa. In particolare, de “La Bomba”, con il quale ha un grande rapporto di amicizia costruito nelle estati con la Roja, ha sicuramente quel saper costringere il difensore che lo marca ad essere sempre allerta per non essere trafitto da una delle sue penetrazioni con canestro galleggiando in aria col ginocchio destro alzato. Al “Mago di Vic”, che era stato la sua chioccia nei primi anni madridisti, ha preso il carisma nei confronti della squadra, un carisma silenzioso ma non per questo meno magnetico.

La spietata concorrenza, insomma, l’ha tenuto spesso nascosto, soprattutto in Nazionale. E non è un caso che la dipartita del “Chacho” in direzione Philadelphia abbia scoperchiato il vaso Llull, consegnandogli a tutti gli effetti il ruolo di leader della squadra. Basterebbe notare il salto in ogni voce statistica, ma un dato rende eloquente questo passaggio del testimone: Hands on buckets, la percentuale di canestri segnati o assistiti sul totale di squadra, metro dell’impatto offensivo a tutto tondo che un giocatore ha sulla sua squadra. Questa la progressione negli anni dei due Sergio in Eurolega:

Al 10 dicembre Llull era 6° in Eurolega dietro a Teodosic, Rice, Calathes, Spanoulis e Langford

Non chiamatelo dualismo, però, quello tra i due Sergio, che anzi spesso negli anni hanno giocato fianco a fianco nei momenti cruciali delle più grandi battaglie madridiste, vinte e perse che fossero. Una su tutte: la celebre finale della Coppa del Re 2014. L’ennesima sfida tra Real e Barcellona. I blancos si divorano un vantaggio di 7 punti nell’ultimo minuto, Oleson con un canestro e fallo regala l’incredibile sorpasso ai blaugrana con 8” da giocare. Ma Sergio&Sergio confezionano questa roba qua:

La tendenza a segnare i canestri pesanti, l’avrete capito, non ha mai fatto difetto al balearico. Con quella faccia sempre sorridente, gli occhi sgranati pronti a puntare la preda e la mano ferma quando a molti trema, Llull è senza dubbio uno dei giocatori più clutch sul suolo europeo. Una caratteristica dei grandissimi quella di metterla dentro quanto la palla pesa di più. Se n’è accorto pure Russell Westbrook l’estate scorsa, quando l’esterno madridista ha sparato sotto i suoi occhi sorpresi non uno ma ben tre buzzer beater nell’amichevole vinta in overtime dal Real contro i Thunder:

Se è una furia a livello offensivo, Llull è però anche un difensore che sa essere asfissiante soprattutto nel lavoro di anticipo del proprio avversario e di tenuta sull’1vs1. Certo, quelle dinamiti che ha sotto le suole che gli consentono di essere una scheggia nel movimento dei piedi aiutano e non poco. E per questo Laso, soprattutto negli anni passati, lo mandava spesso in missione sull’esterno più pericoloso della squadra avversaria. Meno quest’anno, dove avendo maggior responsabilità offensive preferisce non spremerlo troppo ed usare invece per i compiti speciali lo stopper Dontaye Draper o la freschezza di Luka Doncic. Ma è sempre la stessa elettricità che si trova nel suo gioco d’attacco, conseguenze di un’impostazione mentale volta sempre alla sfida, a trovare nel confronto diretto lo stimolo per tirar fuori il meglio di sé.

Poi non è che tutto gli riesca sempre sempre

Qualità fisiche, impostazione mentale. Tutto vero, tutto bello, per carità. Il quid in più è però quel viscerale senso di appartenenza alla Casa Blanca. “È più madridista di Santiago Bernabeu”, gli dicevano a Manresa, intuendo come quel legame che era nato sotto forma di tifo innocente di un ragazzino e la sua famiglia si sarebbe trasformato in qualcosa di molto di più: una nuova bandiera che sventola alta sul cielo degli altipiani della Spagna centrale. Come quella di Zinedine Zidane, l’attuale allenatore della squadra di calcio della polisportiva. “Mi è sempre piaciuto da quando giocava, ha classe e talento, l’ho ammirato sin da piccolo. Ho parlato poco con lui perché non ci siamo incontrati molto spesso a Valdebebas [sede della cittadella sportiva del Real, ndr] e non vorrei disturbarlo. Da piccolo giocavo anche a calcio, sono un bel mancino. Ma ad un certo punto ho dovuto scegliere tra calcio e basket e non ho avuto dubbi”. Con quella voglia di primeggiare, quell’energia che gli fluisce lungo le fibre muscolari, avrebbe detto la sua anche col pallone tra i piedi.

Nel 2021, quando scadrà il suo attuale contratto con il Real che ha intenzione di rispettare fino in fondo, Llull avrà 34 anni. Uno in meno rispetto a quelli di Pablo Prigioni nel 2012, l’anno nel quale l’argentino sbarcò da rookie a New York. “E’ pronto, lo è almeno da un paio d’anni – ha ribadito qualche mese fa il play che a giorni, alla soglia dei 40 anni, farà invece il percorso inverso, quello di ritorno dagli USA alla Spagna – è molto atletico, il suo corpo e la sua fisicità sono perfetti per la Lega. È duro, salta, corre, tira, è intelligente. Dovrebbe andare in NBA”. “Sono dove sognavo di essere da bambino. Houston mi sta aspettando da 3-4 anni e li ringrazio per non avermi fatto alcuna pressione, ma ora sto bene qui. Il che non vuol dire che ho chiuso la porta per sempre alla NBA. Ci sono giocatori come Pablo che sono andati molto tardi”, gli ha fatto eco Sergio, del quale è stato compagno di squadra per un paio di stagioni, qualche settimana fa. L’America gli fa la corte (nel tradizionale sondaggio di inizio stagione tra i gm delle 30 franchigie, solo Teodosic lo precede nella classifica dei migliori giocatori non attualmente in NBA), ma l’amore di Llull ha un altro colore. Anzi, nessun colore.