“Da tifoso PL quella finale è stata un’esperienza extracorporea. Per tutta la vita ho sperato ogni Maledetta domenica che la Libertas perdesse. Ma arrivato a quel giorno era come se una parte di me volesse testimoniare il primo e unico scudetto di Livorno nello sport. Combattevano due sentimenti. Il tifoso PL per cui lo scudetto della Libertas rappresentava un incubo.
Premier? Vista la scena ho ammirato il coraggio.

Uno solo contro tutti in mezzo al campo. Mai visto nulla di più livornese di questo”

(Anonimo Livornese)

 

 

Poteri forti, complotto, la favola spezzata della provinciale nella nuova basket city, furto, schiavismo mediatico e federale, asportazione chirurgica e terapia d’urto della peggior specie nei confronti di uno Scudetto conquistato sul campo, e asportato con la peggiore delle macchinazioni, il danno e la beffa. Quei venti minuti di pazzo entusiasmo di una città a cui veniva scucito dal petto uno Scudetto appena apposto. Gioia strozzata. Straziante.

Ma la partita fu giocata, alla grande, da entrambe le squadre. Tutta la serie fu equilibrata e vibrante, giocata a scacchi dagli allenatori.

Negli anni ’70 nuovi gruppi imprenditoriali importanti cominciarono a prendere in mano squadre di basket anche al di fuori del classico lombardo Milano-Cantù-Varese, accadde a Treviso, accadde a Trieste, accadde più avanti a Siena, volendo accadde anche a Pesaro, dove forse per la prima volta, con l’avvento di Scavolini, questo procedimento si materializzò. Tutti luoghi dove la cultura del basket già era viva e in fermento, ma che con l’arrivo di realtà imprenditoriali importanti, ebbero la possibilità di fare almeno un paio di salti di qualità a livello nazionale ed internazionale.

E Livorno non fece specie, pure lì arrivarono grandi gruppi imprenditoriali ad investire. E la cosa sul breve-medio periodo fece bene a tutti, in ogni città, dove si rinforzò e si incrementò la cultura del basket in ogni singolo movimento.

Poi le cose andarono come andarono, nella stragrande maggioranza dei casi, ovvero, andarono a pu****e. Vi furono sparizioni, cancellazioni, fusioni, trasferimenti in altre città. Accadde a Treviso, accadde a Pesaro, accadde a Trieste, accadde a Siena. E Livorno non fece eccezione. Per qualche anno anche Livorno, sponda Libertas, fece parte dei “poteri forti”, con sponsor miliardari che portavano grandi roster.

A prescindere da quanto successe in quella pazza giornata e in quei pazzi playoff, quei pazzi anni ’80 a Livorno furono anni di meravigliosa passione cestistica smisurata, folgorante, furiosa e viscerale, anche per chi la vedeva dal di fuori, seguendo altre squadre e trovandosi proprio malgrado a dover affrontare una delle due squadre di Livorno. Due squadre che dividevano la città e che portavano ad un livello superiore la passione sportiva, talvolta trascendendo ed esagerando, ma dimostrando comunque un attaccamento ai propri colori non comune. La Libertas (la Enichem di quella finale) era la squadra più ricca, e incidentalmente quella considerata con i tifosi meno aggressivi. La PL (che quell’anno, marcata Allibert,  retrocedette in Serie A2) invece era uno stile di vita, di estrazione più popolare e con i tifosi più irruenti, naturalmente portati a trascendere.

Quei playoff e quella partita andarono come andarono, fior di giornalisti e opinionisti hanno ormai sviscerato tutto su quei giorni di passione e contraddizione cestistica, la monetina di Pesaro a Meneghin, il quinto fallo di Albert King, il canestro valido o non valido di Andrea Forti, i centesimi di secondo e la sirena che si sente e non si sente, l’arbitro Zeppilli che cambia il proprio cognome in Zeppillo.

Ad affrontare la corazzata Philips Olimpia Milano dei veterani Bob McAdoo, Mike D’Antoni, Alberto King (The King of Williamsburg, padrone assoluto dei playground di North Brooklyn), Dino Meneghin e Roberto Premier, ma anche dei giovani emergenti Riccardo Pittis, Davide Pessina e Massimiliano Aldi, c’era la Enichem Libertas Livorno, una squadra allenata straordinariamente dal già campione d’Italia con la Virtus Bologna Alberto Bucci, con italiani di primo piano come Alessandro Fantozzi, Alberto Tonut, Andrea Forti e Flavio Carera, con un americano operaio come David Wood (arrivato come sostituto di Joe Binion) e con un grande realizzatore come Wendell Alexis da Syracuse.

 

La decisiva Gara 5 si giocò il 27 maggio al Palazzetto di Livorno, gremito all’inverosimile.

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Roberto Premier, che nel marzo 2015 ha bonariamente rubato il palcoscenico a Mike D’Antoni, nel giorno del ritiro della sua maglia N.8 al Forum, scatenando la più fragorosa ovazione del pubblico milanese, ricorda perfettamente l’atmosfera:

“C’era un caldo incredibile quel giorno. A Livorno, come nella maggior parte dei palazzetti di quegli anni, si giocava in una specie di palestra, c’erano 5000 persone stipate in ogni angolo, a ridosso del campo, con le regole di oggi ne farebbero entrare al massimo 2500. I tifosi di Livorno non erano diversi da tutti gli altri tifosi in Italia, ti tifano contro, succedeva su tutti i campi, e ci eravamo abituati”.

 

Anche a livello tattico, quel giorno, per la Philips ci fu una importante novità. Coach Casalini infatti schierò nello starting five Piero Montecchi al posto di Roberto Premier:

“In Gara 5 preferii Montecchi a Premier in quintetto perchè bisognava dare una mano a D’Antoni in cabina di regia. Nella serie avevamo affrontato delle marcature difficili specialmente su Fantozzi, avevo bisogno che D’Antoni fosse un po’ più libero dall’onere del playmaking” così Franco Casalini analizza ancora oggi lucidamente le sue scelte per quella partita. Man mano che si va avanti nel racconto Casalini trova sempre più elogi per la propria squadra.

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“Alla fine la partita la dovevano vincere loro, Meneghin e McAdoo, i leader di quella squadra. Ma trovammo per fortuna solide conferme con Premier, con King e con un grande Davide Pessina. Pessina lo vedo e lo frequento anche ora, e gliel’ho sempre detto. La vera cazzata che ho fatto è stata farlo giocare troppo poco in Gara 4, se lo avessi fatto giocare di più avremmo chiuso la serie in quattro partite. Quell’anno lui è lievitato a livelli altissimi, anche perchè giocando tutti i giorni contro McAdoo e dovendo rosicare in panchina, un paio di stimoli in più li ha avuti… e queste sono cose che ti formano al massimo”.

Nonostante le due squadre facessero la spola tra Livorno e Milano ogni due giorni e non avessero tempo per fare allenamenti strutturati, Casalini in vista di Gara 5 riuscì a assemblare uno schema, un gioco che coinvolgeva Montecchi e D’Antoni, per mettere il più possibile in difficoltà il reparto guardie di Livorno. Anche se il pericolo pubblico numero uno per Milano era la fisicità di Flavio Carera. Attaccare Flavione, questa era la parola d’ordine nel primo tempo, caricarlo di falli per limitarne l’efficacia.

Albert King era arrivato dal Real Madrid, che lo aveva tagliato per fare spazio a Drazen Petrovic. Il fratello di Bernard fu sfortunato, perchè al primo allenamento in maglia Olimpia si infortunò, e dovette stare ai box per parecchio tempo, dimostrandosi comunque un grande professionista.

“King arrivò e si infortunò subito, ma nonostante questo non aveva bisogno di essere seguito o di essere motivato, veniva sempre da me, parlavamo di giochi e di schemi, si portava in camera le cassette degli avversari per guardarle e per studiarli, era un giocatore di grande esperienza, in semifinale fu fondamentale per noi, e dopo aver stentato un po’ in alcune gare di finale, in Gara 5 fu superlativo”.

In quella Gara 5 King aveva commesso il quinto fallo, e non uscì.

“Nessuno si è accorto che era il quinto fallo. Io perlomeno non ci ho fatto caso. L’adrenalina era troppa per tutti, le cose talvolta sfuggono. Se avessi saputo che era il quinto fallo sarebbe andato in panchina sicuro”

34 secondi alla fine, coach….

“Detto molto immodestamente, abbiamo creato quell’ultimo tiro allo scadere dei 30 secondi in maniera perfetta. Abbiamo costruito un attacco perfetto, con i tempi giusti, dando a Premier un tiro completamente isolato. Poi l’errore ci sta. Loro sono stati bravissimi in quei secondi rimasti, rimbalzo, apertura e canestro fulmineo, bravissimo soprattutto Fantozzi a ricevere e passare, sfido qualsiasi squadra al mondo a difendere bene su una azione a una tale velocità”.

Sia che il canestro fosse stato considerato valido, sia che non lo fosse, il destino di Roberto Premier era comunque segnato, e quelle immagini in televisione sarebbero diventate storia. Il suo lucido ricordo.

“In quel momento, finita la partita, i miei compagni scapparono quasi tutti in spogliatoio, mentre la gente stava entrando in campo per festeggiare. Io rimasi a metà campo, cercando di capire cosa stesse succedendo, avvicinandomi  al tavolo cercando di capire se il canestro era valido o no. Ci fu  l’invasione, e se il canestro fosse stato convalidato (sotto canestro l’arbitro aveva infatti fischiato il fallo) avrebbe dovuto esserci anche il tiro libero aggiuntivo, e il campo avrebbe dovuto essere sgomberato. Mi trovai quindi disperso in mezzo al campo, nel posto sbagliato al momento sbagliato. La gente intanto continuava a entrare, mi avvicinai alla mia panchina, dove vi erano rimasti il DS Toni Cappellari, il vice Pippo Faina e il massaggiatore Giovanni Gallotti. Intanto, cosa che non si vide dalle immagini, mentre mi avvicinavo alla panchina ricevetti un calcio su una coscia da un tifoso, e già lì mi arrabbiai. Poi mentre con Cappellari e Faina stavamo andando via, l’addetto alla tribuna stampa di Livorno, quindi una persona che collaborava con la società, mi colpì con un pugno alle spalle, alla nuca. Cosa dovevo fare? Non sono stato lì a prenderlo e a star zitto, mi sono girato e ho reagito. Da quel momento in poi non ho più capito niente, siamo caduti per terra avvinghiati, ho perso la cognizione di quello che stava succedendo, ci arrivavano calci e pugni, tutti diretti a me, anche se un po’ se ne è presi anche lui, tutti picchiavano alla cieca nella nostra direzione. Per fortuna quando mi rialzai arrivarono Kevin Restani e Flavio Carera che mi aiutarono ad uscire, scortandomi fino all’imbocco del tunnel”.

Premier esce facendo il doppio dito medio a tutto il Palazzetto.

“Un gesto condannabile, sicuramente, però in quel momento non ero in me stesso, ero in una situazione particolare, sotto shock, non so se altri sarebbero usciti facendo gli inchini al pubblico. Fui squalificato per 5 giornate, scontate nel campionato successivo, subii un processo federale, e i giudici della federazione, con una commissione speciale che doveva stabiliva cosa era successo,  stabilirono che la rissa fu colpa mia, anche se non mi fu chiesto niente sull’andamento della colluttazione, si parlò quasi esclusivamente solo del mio gesto al pubblico. Dopo essere stato menato e aggredito da 30 persone, reagendo a un’aggressione, mi beccai 5 giornate”.

E l’asciugamano a Gianni De Cleva, durante la partita?

“Eravamo avanti, mi fischiarono un fallo antisportivo un po’ assurdo, per un contatto in cui mi allacciai con un avversario tenendolo per la maglietta. La loro postazione era vicina alla nostra panchina, mi passarono l’asciugamano, e con un gesto di stizza glielo tirai, dicendogli tipo ‘Ehi! Devi dire in televisione che ci stanno rubando la partita!’. Il giorno dopo comunque lo chiamai e mi scusai con lui, anche se lui rimase comunque piccato, accettando le mie scuse con sussiego. Nelle stagioni successive poi non ci incrociammo quasi mai, sempre ignorandoci”

A Livorno gli spogliatoi delle squadre si trovavano su uno dei due lati corto del palazzetto, mentre gli spogliatoi degli arbitri erano sul lato opposto. Cappellari nel dopo partita, dopo il rischiato linciaggio di Premier e la scazzottata di Piero Montecchi, voleva vederci chiaro, voleva capire cosa stava succedendo, e si avventurò tra la gente festante, cercando di non dare nell’occhio, attraversando tutto il palazzetto verso lo spogliatoio degli arbitri.

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I tifosi livornesi festeggiano lo Scudetto (fonte: http://www.ilbasketlivornese.it/)

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L’Enichem Livorno festeggia negli spogliatoi (fonte: http://www.ilbasketlivornese.it/)

Entrò per chiedere cos’era successo e come stavano le cose, e ne uscì incredulo con la parte rosa del referto, referto firmato da arbitri e ufficiali al tavolo, con tanto di giuramento di Zeppilli sulla tomba del padre.

Cappellari se lo mise in tasca e riattraversò tutto il palazzetto festante di tifosi livornesi impazziti di gioia. Una rischiosa camminata di una cinquantina di metri in mezzo al non-senso, lo sceneggiatore di The Leftovers non avrebbe potuto fare di meglio. Varcando la porta del proprio spogliatoio Cappellari ritornò nella dimensione reale, e disse alla squadra che avevano vinto. Sul momento nessuno gli credette, ma quando tirò fuori dalla tasca la parte vincente del referto, tutti furono persuasi della veridicità della sua affermazione. Non era più The Leftovers, era lo Scudetto.

L'Olimpia ospite a "La Domenica Sportiva" dove Carlo Sassi dedicò la moviola al canestro contestato

L’Olimpia ospite a “La Domenica Sportiva” dove Carlo Sassi dedicò la moviola al canestro contestato

Tutto il resto è già stato narrato e rinarrato in molteplici salse, da tutti i protagonisti di quel pazzo tardo pomeriggio italiano, Casalini buttato sotto la doccia dai propri giocatori senza fare troppo rumore, la uscita dei giocatori di Milano in mezzo alle ali di folla inferocita, il tragitto sui mezzi blindati dei Carabinieri fino alla Caserma dove vi era il pullman della squadra, e l’arrivo alla sede di Milano in mezzo ai tifosi festanti, mentre a Livorno la diretta di Tele Granducato testimoniava le lacrime, l’amarezza e lo scoramento di una città intera.

Cosa è rimasto a Franco Casalini di quella stagione e di quella vittoria?

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“Mi è rimasto che chiunque mi incontri ancora ricorda quella Finale, mi è rimasto il post partita con l’arrivo a Milano con i tifosi che ci aspettavano, mi sono rimasti quei grandi giocatori, tutti, mi sono rimaste due grandi squadre, che si sono giocate lo scudetto all’ultimo frame, mi è rimasta la nostalgia per quel basket, un basket che si giocava con molta più partecipazione, sia di squadra sia  tecnico sia mentale. Erano due grandi gruppi che si confrontavano, due squadre costruite con meticolosità, fatte crescere assieme e assemblate fino ad arrivare alla chimica perfetta, non erano due squadre messe insieme al volo nell’ultima estate, come spesso accade oggi. Per quanto rispetti e accetti il basket di adesso, quello che mi è rimasto è la nostalgia”.

 

E a te, Roberto Premier, cosa è rimasto?

“Cosa mi è rimasto…..LO SCUDETTO”

 

“’Coach, sono contento per te’, così mi disse Dino Meneghin, lui che di scudetti ne aveva vinti a bizzeffe, subito prima di buttarmi -assieme agli altri- sotto la doccia a Livorno”.

Franco Casalini

 

“Ok Roberto, ti ringrazio per la tua disponibilità. Magari mi dai la tua mail, così ti mando il pezzo quando è pronto?”

“Certo. Allora, ti faccio lo spelling della mail: ELLE come LIVORNO….”

“Ma daiiii!!!!! Roberto?!?!?!?!? Come fai a dire come prima cosa ELLE come LIVORNO?!?!?!?”

 

 

a cura di Daniele Vecchi