Anche chi non vive a Bologna conosce la storia e l’importanza simbolica del derby di Basket City, una partita che per molti anni ha significato l’eccellenza della pallacanestro italiana ed europea e che ha regalato momenti di spettacolo e di sport indimenticabili.
 
Per chi – invece – vive nel capoluogo emiliano, il Derby ha poco a che fare con la pallacanestro: è un insieme di orgoglio, amore e passione che per quattro quarti non conosce ragioni, famiglia, amicizia.
 
Abbiamo chiesto a due penne importanti italiane, di Bologna, di raccontarci il loro derby. Luca Bottura è un giornalista, scrittore, conduttore radiofonico e autore televisivo, ma soprattutto un grande virtussino, ironico e autoironico al tempo stesso. Filippo Ossola Venturi è uno scrittore di romanzi, fortitudino fino al midollo, che ha gli occhi lucidi ogni volta che si trova a parlare della F scudata.

Diario di una bava* riluttante

*epiteto che i tifosi Fortitudo riservano a quelli Virtus, omologo di “gobbo” per gli juventini

di Luca Bottura

Nota per il lettore: eventuali ricostruzioni arbitrarie, errori, omissioni, derivano dal fatto che ormai sono anziano quasi quanto il derby.

Quando ero piccolo, nove anni, l’età dell’innocenza e del poco denaro, andavo al Madison di piazza Azzarita con la federa di un cuscino bianco sul quale mia zia Anna aveva cucito una stringa per scarpe, nera, che formava una V. Quando segnava Caglieris da metà campo, o Villalta da sotto, o Bertolotti dall’angolo, cioè da tre prima che inventassero il tiro da tre, mi alzavo e la sventolavo da lassù.

Inutilmente, perché anche allora ero piuttosto piccino.

Il clamoroso “chissenefrega” di questo aneddoto – vero – è un test. Superato il quale, si apre la cataratta di ricordi che il derby suscita nel vostro scrivano. Da quando l’ho tifato, a quando l’ho arbitrato, a quando ne ho raccontato in radio o tv, fino ad oggi che ne so poco o niente. Da una parte mi pare ci sia una squadra più in forma, dall’altra una che gioca in pigiama e forse per questo da qualche partita dorme.

Il pigiama

Mi pare però di percepire una certa fibrillazione, in città. Persino nel mio posto delle fragole, il Billi, sotto il portico dello stadio, una specie di Bar Sport nel quale Stefano Benni ogni giorno intinge la penna nella nostalgia. E della bonaria irrisione.

L’altro giorno, prima di stendermi con la solita battuta sarcastica, mi hanno chiesto se potessi procurare qualche biglietto per la cosiddetta stracittadina. Anche se è di serie B. Ma non avrei saputo a chi chiedere. Né sapevo a chi chiedere quando me ne occupavo per professione. In generale, sarebbe meglio che i giornalisti non chiedessero.

Dicevamo del piccolo Luca e del Madison quando era ancora il Madison, le panche di legno, Gigi Terrieri che scandisce il suo “a tutti, buonasera”. Dicevamo, dicevo, di un periodo nel quale la forbice tra Virtus e Fortitudo si allargava di anno in anno, fino a rendere la “partita che le vale tutte” qualcosa di piuttosto fisiologico e – bestemmia – quasi marginale. Almeno per me.

All’epoca c’era anche il Gira, peraltro. E per il sottoscritto, bimbo virtussino, la differenza tra quelli del Latte Sole, della Mercury, o della I&B, e quelli vestiti di marrone – appunto il Gira, sponsorizzato Fernet Tonic – era microscopica. Il punto era che le V nere, con quei buffi pantaloncini ascellari, battessero Varese, Cantù, Milano. Che vincessero lo scudetto, arrivassero vicine alla Coppa dei Campioni, specchiassero la gloria minima nel fumo che tra un tempo e l’altro inondava l’anello che ancora oggi abbraccia la cupola del Paladozza, oltre le tende.

La faglia di San Francisco che divide in due la città l’avrei scoperta più tardi, quando avevo già preso atto che tendevo a crescere più in larghezza che in altezza. E facevo l’arbitro. Difendendomi a suon di falli tecnici da certi gladiatori di Prima Divisione – ricordo Di Nallo, che se n’è andato da poco, o Ciucci Devetag – che i derby li avevano già giocati in serie A e ora mangiavano la faccia al ragazzino in grigio. Io.

Un giorno mi ritrovai a dividere le due sponde – giovanili- a suon di fischi. Sulla panca della Virtus c’era uno che urlava anche quando i suoi erano sopra di 20, li scarnificava a ogni virgola difensiva fuori posto, accostava nostro signore ad animali da cortile persino quando i suoi segnavano ma non rientravano a difendere con sufficiente veemenza. Oggi fa il vice agli Spurs. E gli voglio molto bene.

Ma siccome mi pareva che la richiesta riguardasse un pezzo sui derby veri e propri, ne segnalerò un paio. Il primo è quello del famoso tiro da quattro. Che non vidi. Per questo ve lo racconto. Ricapitoliamo: stagione 1998, la Fortitudo sta per battere la Virtus in garacinque aggiudicandosi il suo primo scudetto. Il che ne cancellerebbe il coro che ancora oggi, ove profferito, mi mette di sgangherato buonumore: “Non abbiamo mai vinto un cazzo”.

Sono a bordocampo, devo scriverne per l’Unità, quella vera, sulle cui colonne farnetico di basket da ormai 9 anni con passione e alterna competenza. E’ la F di Rockerduck Seragnoli, che ha speso una fortuna per superare Paperone Cazzola. Mancano 27 secondi e 58 centesimi alla sirena e Gregor Fucka, che con quel cognome mai e poi mai potrà giocare nell’Nba, insacca il libero del +4. E’ finita, penso. E decido di preservare il mio computer dallo champagne che di lì a breve scorrerà a fiumi. Mentre entro in sala stampa, il boato. Appena il tempo di guadagnare una tv e rivedere Danilovic, la sua sospensione, il fischio generoso di Zancanella sulla strusciatina di Wilkins, la tripla che entra. Il resto sono Sasha in lunetta, la palla persa da Rivers, i supplementari. Eccetera.

Non fosse che sono e resto una cosiddetta bava, e non fosse per l’amichevole ma diuturno tip tap che l’ufficio stampa della Fortitudo mi ballava sui bagigi per sparlare – ricambiato – della Virtus, in una sorta di derby Pd-Cinque Stelle ante litteram, non fosse, anche, che una volta Danilovic me lo portai in auto dormiente da Milano a Bologna dopo un All Star Game in Spagna, e manco mi salutò quando scese (ma gli sono troppo grato per volergliene) non fosse tutto questo, quel sabato pomeriggio là avrei quasi preferito scrivere di un successo dell’altra sponda. Più letterario. Anche se andò come andò.

No, ho appena mentito.

Però, ecco, però, e qui siamo all’altro derby che voglio ricordare, c’è una cosa che ho sempre rispettato della Fortitudo, io che non amo quasi mai gli ultrà perché lo slogan “è fascista di natura” (Daniele Silvestri). Ed è il tifo. Non certo becerume che è uguale sulle due sponde, ma la capacità periodica che ha quello biancoblù di librarsi col carburante dell’ironia. Come nel celebre caso della V rosa. L’anno dopo quel derby scudetto, se non rammento male. Ricordo che commentavo la partita per Rete 7 e a un certo punto vidi il mio co-equipiér che rideva. Poi vidi che ridevano anche quelli della Kinder, che stavano facendo la ruota per scaldarsi. Picchio Abbio, un tipo piuttosto spiritoso, si sganasciava. Girai lo sguardo e la coreografia si estendeva imponente: centinaia di persone che indossavano mutande color carne (qualcuno no) per comporre la prima lettera di Virtus a suon di culi. Con la stella giusto in mezzo.

Ecco, io non credo esista un tifoso bianconero che non vagheggi quel momento con allegria.

E il bello è tutto qui. In una città che in realtà ancora oggi si fonde e si amalgama quasi controvoglia. In cui, per tornare ai presidenti che fecero l’impresa, il ruvido Cazzola e il cardinalizio Seragnoli si erano con ogni evidenza scambiati i ruoli e poltrone. Il primo, foreign fighter della Bolognina trapiantato nel salotto buono, era perfetto per la F. L’altro, con quell’alone di santità e il colorito alla Carlo Conti, sarebbe stato benissimo come successore di Porelli. Una città, anche, in cui un cinno che sventolava una federa travestita da bandiera prova, ora, una sorta di affetto inspiegabile per avversari chi gli hanno regalato anni eroici e divertentissimi, soprattutto quando perdevano, e che ancora oggi se vince la Fortitudo in fondo è contento. Persino se fosse in Serie A.

Una città che… Mah. Mi sa che ai puristi ‘sto pezzo buonista farà un po’ ca*are. Ma così è, se vi pare. E Forza Virtus, sempre.

 

 

“E mentre camminavo stamattina”

di Filippo Ossola Venturi

 

Ritrovare il derby dopo sette anni sarà come incontrare un vecchio amico dopo tanto tempo. Non sarà difficile riconoscerlo tra la folla: avrà forse i capelli ingrigiti, la pancia cresciuta, ma sarà sempre lui, questo l’abbiamo ormai capito tutti. I giornali ne parlano da mesi, la città lo aspetta: c’è fermento, c’è curiosità, c’è qualcosa che frizza nell’aria. Noi bolognesi, che organizziamo la notte di capodanno il pomeriggio del 31 e prenotiamo le ferie d’agosto a fine luglio, ci siamo messi in agenda questa data con largo anticipo, annotandoci i numeri di parenti e amici che ci sarebbero stati utili alla voce bazze per il derby”.

Io ho voglia di rivederlo e mi sarà sufficiente entrare là dentro e accodarmi al primo coro per avvertire quell’inconfondibile fitta allo stomaco, mentre i battiti del cuore prenderanno la loro strada dissestata di sempre. Insomma, non mi ci vorrà più del primo mezzo giro di ruota per realizzare che quel sano e spontaneo odio sportivo che mi lega ai miei concittadini dell’altra sponda non è stato scalfito dal trascorrere inesorabile del tempo.

Ci conosciamo da troppo, io e il derby, per far finta che non sia così. Già dalla prima volta che ci siamo incontrati ci siamo parlati chiaro: io gli ho detto come stavano le cose e lui ha fatto altrettanto. Lo ricordo bene quel momento: giocavano in casa loro, anche se il palazzo era ancora lo stesso. Vedevo quella gente così sobria, percepivo quel loro senso di superiorità, quel bisogno di tradizione e scuotevo la testa sereno. Il tizio coi baffi che suonava l’organo, le signore impellicciate che sfilavano in parterre dietro mariti ritardatari che non si sarebbero alzati dalla sedia se non sopra di venti, i ragazzi con il Moncler e le scarpe costose che giravano l’anello lassù: più li osservavo e più rimanevo colpito da altro, da quei settecento indomiti che avevo intorno, che puzzavano di ascelle, di fumo e di gioia, che cantavano a squarciagola soprattutto quando andavano sotto. Io mi sentivo come loro, beffardamente menefreghista, misteriosamente distaccato dal risultato finale, perseverante nonostante tutto. Sono profumi d’infanzia indelebili, immagini a colori sbiaditi che conservo in un angolo spazioso della mia mente, flash che hanno scandito le fasi della mia vita come puntine da disegno fissate nella memoria.

Bologna è cambiata da allora. Ma non solo lei. E’ cambiata la società, il mondo intero, travolto da paure, sogni e comodità tecnologiche fastidiose. A me Bologna sembra sempre bellissima, coi suoi soliti tramonti dietro la collina, il suo Gigante di lato nella piazza, il suo Natale rassicurante tra bancarelle illuminate e tortellini fatti come si deve. E, finalmente, di nuovo, col suo derby.

Dicono che il tempo sia la quarta dimensione della nostra epoca, affievolito delle sue ataviche caratteristiche di relatività. Oggi tutto è frenetico e si viaggia a una velocità doppia rispetto al passato, anche recente. Una volta ti sposavi presto e i mobili li sceglievi perché ti durassero una vita. Oggi compri un divano all’Ikea e tre anni dopo sei daccapo, un maglione di Zara lo metti mezzo inverno e un aggeggio qualsiasi da 99 centesimi in quattro minuti è rotto. Proprio per questo, sette anni senza derby sono un’eternità, una punizione eccessiva per tutti, giovanissimi in primis, che lo conoscono solo per sentito dire, come un’entità lontana e quasi mitologica, sulla quale i vecchi del villaggio tramandano leggende di ogni tipo; ma soprattutto, lo è per noi fortitudini cresciuti con lui, che storicamente lo aspettavamo come unico evento in grado di raddrizzare una stagione disgraziata. Per noi è stata una mancanza a tratti asfissiante, perché non giocarlo significava semplicemente non esserci.

Ho letto di recente che Messina, uno dei nostri nemici più fieri, ha dichiarato che il derby non gli è mancato. Bravo Ettore, hai vinto un frigobar. Vai a raccontarlo a Los Angeles o a Mosca, dove in questi anni le ciotole non le hanno riempite con il pane e acqua delle nostre parti. Qui c’è gente che ha sofferto, che è rimasta senza squadra per tre anni, cosa mai successa a nessuna tifoseria nella storia dello sport mondiale. Che è sopravvissuta al vilipendio, che ha superato le umiliazioni di quel signore con le borse sotto gli occhi che pagava a video, che è rimasta in piedi pure al disastro successivo di chi ha cercato di metterci una pezza prendendo una scorciatoia che conduceva al baratro. Qui c’è gente che la domenica pomeriggio la passava a Santarcangelo di Romagna a inseguire una speranza, non a Santa Monica. Solo per questo, per costoro, il ritorno del derby sarà una festa, perché loro hanno già vinto. E sarà una festa doppia, perché sarà il primo storico, indimenticabile derby di A2.

Lo scrivo senza ironia e lo dissi anche in tempi non sospetti: retrocedere, per la Virtus, non sarebbe stato così catastrofico. Abbandonare un’A1 priva di fascino, piena di americani sconosciuti sempre con la valigia in mano, ripartire da un campionato più facile dove il numero delle vittorie (per loro indispensabile) sarebbe aumentato, affezionarsi a un gruppo di giovani in cui identificarsi e, anzi soprattutto, invadere il territorio altrui e ritrovare la stracittadina, erano le premesse di una rinascita scontata. E anche se nessuno si aspettava una partenza così folgorante, la loro grande forza è stata quella di arrivarci dentro binari che corrono paralleli alla loro storia: loro sono favoriti e noi ci proviamo. E’ l’ennesima dimostrazione che nulla è cambiato, alla faccia dei pronostici estivi, ed è probabilmente questa la cosa più difficile da digerire per noi, che vediamo la nostra squadra presentarsi a questo appuntamento senza le facce giuste e il cuore grande del gruppo dell’anno scorso. Ma così è andata e così sia, anche se un’ammissione di colpa riguardo a questa scelta ogni tanto non sarebbe sgradita.

Noi parteciperemo a questo derby comunque, come abbiamo sempre fatto, che sarà sarà. Saremo al gran completo sui gradoni di quello stramaledetto palazzo, che ci fa fare il giro largo per arrivare da Leroy Merlin pur di evitarne il contatto visivo, e che anche durante un concerto dei Cure ci fa ripensare mestamente a quel tiro sciagurato di quasi vent’anni fa. Io mi ci immagino già dentro, percepisco il rumore dei tamburi e lo sventolio delle bandiere, sento i ragazzi che cantano, lo stomaco che si stringe e il cuore che aumenta i battiti.

Finalmente il derby.

Mi sei mancato, vecchio amico.