31-13 fu il parziale di quel quarto quarto allo Staples Center. Uno Staples ammutolito e annichilito per 3 quarti, di fronte agli Dei del Basket sul parquet lacustre, Dei del Basket che erano però vestiti da boscaioli rossoneri dell’Oregon. I Portland Trail Blazers avanti 71-58 sui Los Angeles Lakers dopo 36 minuti di Gara 7 delle Western Conference Finals del 2000, vennero rimontati fino a perdere la gara 89-84, un vero e proprio suicidio.

La faccia incredula di Shaq dopo quell’Alley-oop alzatogli da Kobe era il monito di ciò che stava accadendo, i gialloviola sarebbero andati alle Finals 2000 contro gli Indiana Pacers, Finali che avrebbero successivamente vinto.

Scottie Pippen e Detlef Schrempf erano ormai agli sgoccioli, Arvydas Sabonis aveva ancora minuti di qualità ma non ringiovaniva, Bonzi Wells doveva ancora esplodere completamente, solo LUI ne uscì (quasi) vincente con 30 punti in quella gara, con momenti di totale, incontrastata e divina onnipotenza cestistica.

Solo lui.

Solo Sheed.

Era giunto il momento di cambiare. Basta.

Quell’estate infatti arrivò la svolta, quella svolta tanto agognata e sperata da fare sembrare quel 9 luglio 2000 ancora più torrido di quanto già non fosse.

I rumors si susseguivano febbrili già ormai da due giorni, e il 9 luglio finalmente arriva l’ufficialità.

Rasheed Wallace torna a casa, firma per i Philadelphia 76ers, la squadra della sua città.

Un triennale da 17 milioni di dollari a stagione.

Nel primo pomeriggio la notizia trapela, e in men che non si dica è pandemonio totale a Philly.

Da West Philly a Italian Market, da LaSalle a Pattison, da Ardmore a Levittown, persino a Trenton e ovviamente a Camden (estensione oltre-stato dell’agglomerato urbano di Philly), entrambe già oltre il fiume Delaware quindi già in New Jersey, ad ogni angolo di strada c’è un improvvisato bash con gente di ogni età che grida la propria lode a Sheed calatosi nello spirito del 1776.

Qualche comitato di quartiere passa addirittura con una cisterna a spruzzare acqua sui festanti manifestanti, è assoluta festa popolare.

I Sixers sono già una contender a Est, con Allen Iverson, con il giovane centro Theo Ratliff, un gruppo unito sotto coach Larry Brown, quindi con l’arrivo Sheed, beh… si è autorizzati a sognare.

A Portland in cambio di Wallace vanno Tyronn Hill, Jumaine Jones e due prime scelte del 2002 e 2003. Molto poco in confronto al valore di Sheed.

Ma il domani è adesso. O adesso o mai più.

Larry Brown forse non ne ha abbastanza di teste calde con The Answer?

Bene, arriva anche Sheed, che Portland non la vuole più vedere nemmeno in cartolina, cosa peraltro reciproca.

Philadelphia impazzisce letteralmente con l’arrivo del figliol prodigo, il giorno della presentazione ufficiale l’uomo da North Carolina ha voluto allestire un palco su Wayne Avenue a Germantown North Philly, per essere “finalmente vicino alla sua gente”.

Il traffico è in tilt in tutta North Philadelphia, la gente abbandona le macchine in strada per correre a sentire almeno un passaparola delle parole di Sheed nel suo quartiere.

This is the Time.

This is OUR Time.

Let’s make some noise!

Si aprono le danze, è inizio ottobre.

Fin dalla pre season il combo Iverson-Wallace sembra funzionare, il First Union Center è una bolgia ancora più della stagione precedente, quando la serie tra Indiana Pacers e Philadelphia 76ers al secondo turno di playoff della Eastern (sfida vinta dai Pacers 4-2) fu la sfida tra le due arene più rumorose della Lega, Conseco Fieldhouse versus First Union Center.

I Sixers sono la miglior squadra della Eastern, e si arriva all’All Star Game di Washington, dove la stra-favorita Western Conference con Kobe, Shaq, Chris Webber, Tim Duncan, Gary Payton e Kevin Garnett prende il largo.

Pare già tutto deciso, ma nel quarto quarto sono Allen Iverson e Sheed a prendere per mano la Eastern, rimontando fino all’errore finale di Chris Webber con la Western sotto di uno, vittoria clamorosa della Eastern Conference e Titolo di MVP a Allen Iverson, trascinatore assoluto con 25 punti. Nel momento in cui David Stern gli consegna il Trofeo, Iverson si guarda in giro e dice “Where’s Sheed? Where’s my man Sheed?”. Wallace autore di 14 punti e con un ruolo chiave nella rimonta, raggiunge Iverson sul palchetto “this is my hometown boy fellaz, this dude will make Philly great again, trust me!” disse The Answer, parlando di Sheed, che con il suo sorriso ammaliante abbracciò Iverson, sollevando assieme a lui il trofeo.

Lo stage era settato.

Il destino doveva compiersi.

Fine della regular season, per i Sixers è miglior record della Eastern, mentre dall’altra parte i Lakers macinano vittorie, trovando la forma perfetta proprio a fine aprile, nonostante fossero i San antonio Spurs la miglior squadra della Western Conference.

Primo turno Eastern, ancora i Pacers finalisti NBA dodici mesi prima, Rasheed Wallace è l’MVP della serie vinta facilmente 3-1 dai Sixers, 23.8 punti, 11.9 rimbalzi e 2.2 stoppate di media a partita, con il 61% dal campo, il suo gioco in post basso ha letteralmente ucciso Rik Smits e Smooth Perkins.

Eastern Semifinals, i Toronto Raptors, 4-0 per Philly, impietoso sweep su un supponente Vince Carter e tutte le sue varie facce cattive circostanti, dopo la disfatta canadese in Gara 3 (118-91 per i Sixers, 38 per Iverson e 27 per Wallace), la rissa tra Charles Oakley e Sheed è costata Gara 4 ai due (l’arbitro era Steve Javie, philadelphiano doc e acerrimo nemico di Wallace), entrambi squalificati, squalifica che ha permesso a Theo Ratliff di padroneggiare l’area dell’Air Canada Center, 23 punti, 16 rimbalzi, 6 schiacciate e 6 stoppate per il prodotto di Wyoming, che si è letteralmente preso gioco di Antonio Davis, che senza Dale Davis è molto meno duro di quanto voglia far credere. Senza dimenticare ovviamente Allen Iverson miglior marcatore della gara con 27 punti. 4-0 scopa in azione e sotto chi tocca.

Archiviati i canadesi si arriva alle Eastern Finals, ecco i cerbiattoni di Milwaukee dei Big Three, Big Dog Robinson, Sam Cassell e soprattutto Ray Allen, serie da giocare soprattutto in difesa, per i Sixers.

Eric Snow può prendersi cura di Cassell, Sheed può rendere la vita difficile a Robinson su entrambi i lati del campo, ma il problema per Larry Brown è Ray Allen.

Allen Iverson non può reggere la fisicità e i blocchi continui nell’inseguire l’uomo da UConn, soprattutto in una serie lunga.

La prima tegola arriva al First Union Center in Gara 2. Gara 1 sempre a Philly è vinta a sorpresa dai Bucks, con una serata stortissima al tiro di tutti i Sixers, nemmeno al 33% dal campo.

Gara 2 dicevamo, ancora Steve Javie nella sua Philly, ed è showtime con Sheed.

Primo tecnico nel secondo quarto, con il classico “bulls**t!” gridato da Sheed troppo vicino a Javie. Giusto il tempo per altre due azioni, e ancora un fallo fischiato a Wallace su Robinson, ancora protesta, nemmeno troppo accesa, e secondo tecnico, espulsione per Germantown finest. La battaglia di North Philly, al solito, la vince sempre Javie, LaSalle HS batte Simon Gratz, risultato già scritto in partenza. Meno 13 per Philly, sotto 1-0 in casa e con il rischio di andare al Bradley Center sotto 2-0.

Incredulo, Sheed smette di protestare, prende la via degli spogliatoi, con calma, e ad ogni passo muove le braccia verso l’alto.

Ad ogni passo il First Union Center grida e batte le mani.

Così per 37 passi, quelli che servono a Sheed per uscire dal campo in un pandemonio indescrivibile. In quel momento il futuro di quella gara e di quella serie si è scritto.

I Sixers vinceranno quella Gara 2 grazie ad un Allen Iverson da 35 punti e a un come sempre ottimo Aaron McKie dalla panchina, autore di 24 punti.

Si va in Wisconsin, con la testa giusta, e si saccheggia come gli Unni saccheggiarono la Vestfalia nel quinto secolo.

Terra bruciata e cervi in fuga ovunque, due vittorie a mani basse al Bradley Center, Sheed ridicolizza Glenn Robinson in post basso, Snow annulla Cassell che continua a tirare nonostante il 30% scarso dal campo, suscitando malumori importanti anche da un signore come Ray Allen.

Gara 5 al First Union è solo formale apoteosi, i Bucks ormai sono annichiliti e si arrendono ai Sixers più forti degli ultimi anni.

Eastern Conference Champions, so what???

Si festeggia poco, il pennant che interessa è il successivo.

“Bring on the Lakers, just gimme Shaq” disse Rasheed Wallace in conferenza stampa. L’uomo che combatte per la sua città.

Si va allo Staples, un silenzioso, schizzinoso e freddo Staples Center con stelle del cinema tronfie e annoiate.

“Movie stars are in LA, basketball stars are in Philly” diceva un cartello allo Spectrum negli anni 80. Non sempre, anzi quasi mai, vero, ma un mantra sempre d’effetto nel motivare l’ambiente.

Gara 1 è il capolavoro di Allen Iverson, 48 punti, una camminata su Tyron Lue e 1-0 per i Sixers, nonostante un silente Rasheed Wallace da 5 su 18 al tiro.

Gara 2 è un massacro. I Lakers dilagano, 119-81 su dei Sixers nervosi e inconcludenti, Gara 1 è stato solo un incidente di percorso, per i gialloviola.

Prima di Gara 3, arriva la svolta, una pessima e pericolosa svolta.

Già c’erano voci di incomprensioni e discussioni sul volo della squadra da Los Angeles, e dagli spogliatoi del First Union, il giorno della gara, arrivano notizie inquietanti: ci sarebbe stata una rissa tra Allen Iverson e Rasheed Wallace.

Eric Snow gettatosi nella mischia per dividere i due, si è preso due cartoni, presentandosi come nulla fosse, in campo in quintetto con 3 punti di sutura sulla arcata sopraccigliare sinistra.

Iverson e Sheed sono lividi in faccia, nemmeno tanto per le mazzate date e ricevute, quando per la incontenibile rabbia.

Pochi mesi dopo la notte di Washington, già qualcosa sembra essersi incrinato tra Sheed e Iverson.

Entrambi non sono mai stati personaggi molto capaci di dissimulare, entrambi sono sanguigni impulsivi e emotivi, e anche in campo la cosa si vede. E si sente. Soprattutto stavolta che sono volati gli schiaffi.

Sul campo è un disastro. I Lakers soprattutto con Shaq e Robert Horry dominano in lungo e in largo, a 5 minuti dalla fine Los Angeles è avanti di 22.

Sheed e Iverson non si sono MAI passati la palla, se non in situazioni di rimessa lontano da canestro. Per i Sixers non funziona niente, annichiliti.

E qui, arriva il genio di Larry Brown.

Li lascia entrambi in campo, sperando che uno dei due perda la testa. E così accade.

Sheed si allaccia con Horry, che alla successiva interruzione sarebbe dovuto uscire definitivamente dal campo. E scoppia il finimondo. Il più arrabbiato e fuori controllo è Iverson, che nell’andare a difendere Sheed (ripeto, DIFENDERE SHEED, dopo averlo preso a cartoni due ore prima), colpisce Kobe Bryant da dietro nell’arrivare di corsa, guadagnandosi la espulsione diretta. La NBA non perdona a Iverson quel gesto sconsiderato, e lo squalifica per Gara 4. Sheed invece se la cava, per non aver poi reiterato lo scontro con Horry.

E questo era tutto ciò di cui Larry Brown aveva bisogno.

Motivati tutti, correndo un grande rischio, ma tutti ora erano sulla stessa lunghezza d’onda.

“Siamo arrivati fino qua, cosa vogliamo fare? Fargli vincere il Titolo a loro solo perchè siamo dei animali carichi di testosterone che non riescono ad andare oltre alle proprie pisciate per segnare il territorio? O abbiamo la testa, oltre al fisico e al talento, per vincere questo Titolo che gli stiamo regalando?” disse Larry Brown alla squadra prima di Gara 4.

Risultato: vittoria Sixers 102-91, 34 punti 16 rimbalzi e 4 stoppate per Sheed, che in assenza di Iverson si è preso tutta la Pennsylvania e parte del New Jersey sulle spalle e ha pareggiato la serie sul 2-2.

Gara 5, Allen Iverson e Sheed sembrano fratelli, ancora una vittoria di cuore 99-92, Sheed si prende cura di Shaq nell’ultimo quarto di gara, sporcandogli alcune ricezioni chiave, proprio nella serata in cui Kobe non riusciva a metterla. Il nervosismo di The Combo gialloviola è inversamente proporzionale all’entusiasmo e alla fratellanza e comunione di intenti di Iverson e Wallace.

I Sixers con l’inerzia dalla loro parte vanno a Los Angeles per portarsi a casa il Titolo NBA.

A Pattison viene aperto il Lincoln Financial Field per contenere tutti, in quella afosa sera di giugno. Sono in 50.000 a guardare il maxi schermo con la diretta da Figueroa Avenue nella lontanissima Los Angeles.

“We’ll get back champions. I guarantee”. Parola di Sheed.

E se lo dice Sheed c’è da crederci.

I Lakers partono già battuti. Le presentazioni dello Staples la dicono tutta. Le facce del quintetto Sixers, sotto le anonime luci e senza fuochi d’artificio, battono di gran lunga quelle dei Lakers, nonostante i bum bum degli artifizi.

Sul campo è ancora peggio, non c’è storia fin dal primo quarto. Si arriva al quarto quarto con Philly avanti di 20, mentre Sheed pensa “non sarà come l’anno scorso, non sarà come l’anno scorso!”.

Wallace esce per falli a 6.36 dalla fine della partita, 22 punti e 12 rimbalzi, perfetto ancora una volta in difesa su Shaq.

Nell’uscire, una strepitosa ovazione lo accompagna, lo Staples riconosce la sconfitta, e riconosce la vittoria dei Sixers.

Finisce 102-86, la sirena suona, e Rasheed corre in mezzo al campo abbracciando Iverson, McKie e Pat Croce (con un maglione a rombi da arresto immediato), con gli occhi fuori dalla testa gridando “TOLD YA!!!! TOLD YA!!!!”.

Al Lincoln Financial è ovviamente pandemonio, le immagini che arrivano da Philly sono entusiasmanti.

I Sixers sono Campioni NBA per la terza volta nella loro storia, mentre io davanti alla televisione nella già afosa notte emiliana che già si è trasformata in mattino, sto saltando e gridando a denti stretti tutta la frustrazione e la gioia di anni di sconfitte e di magoni malamente digeriti.

Che si fottano tutti!!!

Che entusiasmo cieco e bastardo.

Tutto sembra tremare attorno a me, sembra una continua vibrazione, probabilmente i miei salti sono talmente pesanti e potenti che faccio tremare i muri.

Mi fermo, non salto più, ascolto…la vibrazione dei muri continua, senza accennare a diminuire. Guardo lo schermo il segnale si è perso, si sente solo una lontana musichina che sale da dentro le casse della TV.

Mi avvicino meglio per sentire e per capire meglio cosa sta succedendo, la musica diventa sempre più forte, e i muri continuano a vibrare.

In circa tre secondi realizzo.

Il mio telefono sta vibrando, intonando la litania della sveglia, sul comodino di fianco a me.

Tutto è buio.

Dalle tapparelle si scorge l’alba.

E’ ora di alzarsi.

Non c’è Sheed.

Sheed è rimasto a Portland a tirare pallonate in testa a Ruben Boumtje Boumtje prima, a tirare cartoni a Zach Randolph poi, e infine a vincere il titolo NBA con i Pistons nel 2004.

Non c’è mai stato, in maglia Sixers.

Non c’è il terzo Titolo.

Mi alzo.

Mi guardo allo specchio in bagno.

F***in’ Crazy Sheed.

Sorrido.

Però.

Un gran bel sogno.

Sorrido ancora di più, e dico, rivolgendomi al nulla “Hey, voi due, Pat Croce e Larry Brown, mi dovete un Titolo NBA!”